di Tommaso Battaglia VB e Angelica Pellegrini IVH

Bisogna ammettere, qualsiasi sia la vostra personale opinione in merito, che il gran successo
mediatico dell’occupazione del Manzoni, e il forte appoggio alla causa ricevuto da una parte
considerevole di studenti e docenti, dimostrano di aver colto nel vivo della questione. Le lamentele nei confronti del sistema DAD esistono da quando, per necessità, è stato introdotto, e la condotta recente del governo rispetto alla scuola ha infiammato ancor di più gli animi. È stato un gesto prevedibile, forse inevitabile, considerando il malcontento diffuso, soprattutto nelle aree
studentesche politicamente impegnate. Non a caso altri istituti sulla scia delle proteste manzoniane si sono mobilitati nei giorni successivi.
Sarebbe però scorretto e parziale affermare che tutti gli studenti la pensino allo stesso modo.
Naturalmente c’è chi è d’accordo, chi solo in parte, e chi si scaglia con violenza contro tutto questo.
Nell’articolo che segue abbiamo raccolto pareri di studenti, genitori, professori e infuocati
commentatori social, e li abbiamo messi a confronto, augurandoci che il dibattito che ne scaturisce possa giovare ad ognuno nel considerare la questione sotto tutti i punti di vista.

I pareri degli studenti
Le voci che abbiamo ascoltato ai presidi di solidarietà fuori da scuola sono, come ci si può aspettare, a favore sia con il gesto dell’occupazione sia con le tematiche portate avanti dai manifestanti. Le critiche mosse alla DAD grosso modo sono:

1) “Ad apprendere in questa modalità si fa più fatica, e in generale si impara peggio”, riferendosi all’organizzazione delle lezioni in maniera ancor più frontale, che rinuncia al confronto tra gli studenti e rende ingestibili alcune materie, specialmente in istituti diversi dal classico, come i tecnico-scientifici, dove l’attività in laboratorio è un momento fondativo dell’insegnamento.

2) “La DAD esclude tutta quella parte di socialità che per la scuola è
fondamentale. Stare soli a casa davanti a un PC tutti i giorni ha un forte peso psicologico”, in altre
parole stiamo perdendo una parte del nostro percorso formativo come persone.

3) “La DAD mostra un carattere elitario di fare lezione. Non tutti possono permettersi gli strumenti per seguire o (nel caso dei prof.) trasmettere lezioni”.

La più grande critica mossa al modo con cui è stata gestita da parte delle istituzioni la (non) ripresa della scuola è che, nonostante si sarebbe potuto fare molto per dirigere una riapertura in sicurezza (quello che gli scioperanti chiedono), nei fatti è stato ignorato. Non sono stati stanziati sufficienti fondi e si è preferito riaprire i bar e le attività commerciali per riattivare l’economia. Non sono stati potenziati i trasporti, e la reticenza su questioni come la maturità – ancora non si sa come sarà quest’anno – sarebbe emblematica della negligenza del governo nei confronti della scuola.
Rispetto all’occupazione la tendenza dei favorevoli è di considerarla un gesto coraggioso e ben
gestito. L’intento della protesta era proprio di svolgerla in pieno rispetto delle norme anti-covid,
mantenendo sempre le distanze e la mascherina, e di stare all’aperto (le ultime due non seguite solo durante la notte). Infatti per questo venne mantenuta la totale segretezza dell’operazione fino all’ultimo, proprio per evitare che prendessero parte troppe persone.
Dall’altro lato, però, c’è una gran quantità di studenti che non si ritrova in queste parole, o almeno non del tutto. E proprio a loro adesso diamo voce:
Partendo dal presupposto che in ogni caso tutti si augurano di tornare a scuola il prima possibile,
realisticamente le problematiche di un rientro e tutti i rischi connessi non sarebbero evitabili. Inoltre i benefici psico-sociali non sarebbero così drastici come ci si aspetta.
Il problema dei contagi “scolastici”, dicono, è che non avvengono dentro le scuole, ma in tutti quei luoghi che gli studenti attraversano per raggiungere le aule. In primis i trasporti pubblici. “Abito molto lontano da scuola – dice una studentessa – e mi tocca prendere tre mezzi diversi ogni mattina, tra cui il treno regionale su cui c’è molta gente, per di più irresponsabile”. In effetti la possibilità di prendere il virus sui mezzi pubblici c’è sempre, e non è detto che un potenziamento di questi (sempre che avvenga) risolverebbe la questione. Inoltre gli assembramenti all’entrata/uscita appaiono inevitabili, salvo radicale revisione degli orari. Sarebbero molto sfavoriti gli studenti che abitano lontano dalla scuola, e per cui la bicicletta o il motorino non sono soluzioni fattibili. Non per ultimi stanno tutti i contatti sociali che naturalmente avvengono non in sicurezza tra studenti. A una chiacchera mentre si fuma una sigaretta fuori da scuola difficilmente si potrà del tutto rinunciare.
Altri sostengono che ritornare a scuola con tutte queste problematiche non ne varrebbe nemmeno la pena. Bisognerebbe stare fermi ai banchi, mascherati tutto il tempo (in casi estremi addirittura tra pannelli di plexiglass come in un rettilario), vedendo solo il 50% dei compagni, seguendo orari improponibili (si è proposto 7-13 o 10-16), e in ogni caso basterebbe un nonnulla, una piccola catena di contagi (come quella di ottobre) che ci ritroveremmo di nuovo tutti a casa. La socialità, in queste condizioni, non sarebbe garantita, e la componente formativa della scuola sarebbe comunque molto ridotta.
Non bisogna dimenticare poi chi abita a contatto con persone fragili (nonni, parenti, ma anche molti dei nostri genitori, poiché avere più di 50 anni ed essere fuori forma sono entrambi fattori di rischio).
Molti già rinunciano a vedere amici o persone al di fuori dei congiunti per questo motivo. Di certo non rientrerebbero a scuola a cuor leggero.

Piccola parentesi per fare un attimo chiarezza sull’impatto che le scuole hanno nei confronti della pandemia: riporto un articolo di Wired con tutti i dati (fino al 31/10/20) disponibili a riguardo (https://www.wired.it/attualita/scuola/2020/11/30/scuola-coronavirus-contagi-italia/). Consiglio caldamente di leggerlo per intero, in ogni caso il dato saliente è ritengo sia il seguente:
vi è un grafico che riporta i dati covid su base regionale, e li rapporta a quelli delle scuole, e calcola un indice di gravità del contagio nelle scuole. Questo indice dice se i contagi negli istituti sono stati percentualmente più alti o più bassi rispetto all’esterno. Per leggerlo meglio: se il numero è meno di 1, sono più bassi nelle scuole, se è di più, allora sono più alti. In 3 regioni l’indice è sotto l’1, in 4 (tra cui la Lombardia) poco sopra l’1, nelle altre 11 riportate tra 1,56 e 3,25. Di fatto quindi si vede un maggiore fattore di rischio dentro le scuole. Che sia dato da una cattiva gestione dello scorso giro, e quindi evitabile, o che poco si possa fare a riguardo, è oggetto di discussione.

Tornando a noi, le critiche mosse contro l’occupazione in sé sono diverse. Pur riconoscendo che il
governo ha finora per lo più ignorato le proteste degli studenti, si ritiene che ad occupare “sono stati irresponsabili, egoisti ed ipocriti”.
Irresponsabili perché con questa azione esagerata hanno messo a rischio loro stessi (prima, dopo e durante l’occupazione) e hanno dato luogo a grandi assembramenti fuori da scuola nei presidi di solidarietà.
Egoisti perché non sono disposti a mettersi da parte per la salute della comunità. In più non si sono confrontati con il resto degli studenti. Si pensa che se avessero domandato agli altri se mettere in atto tutto questo la risposta sarebbe stata negativa. Invece così facendo si sono autoproclamati davanti alla stampa rappresentanti di tutti gli studenti, biasimando inoltre chi non la pensa come loro.
Infine ipocriti perché chiedono la riapertura in sicurezza delle scuole e poi, appena fuori, non
seguono le normative che invece bisognerebbe rispettare. Feste di capodanno e aperitivi con gli
amici ne sarebbero la prova.
Per ultimo alcuni dubbi sul comunicato prodotto dalle assemblee in occupazione. Le richieste del
collettivo sembrano un po’ campate per aria. Pensate sia possibile introdurre tutto quello che
chiedete in modo univoco in tutte le scuole d’Italia, considerate le differenze regionali? A che
servirebbero dei presidi sanitari in ogni istituto? Che c’entra il disagio edilizio con tutto ciò?
Il comunicato, che si trova sulla pagina Instagram del CPM, racchiude le richieste portate alla regione e al governo per una ripresa in sicurezza delle lezioni, e proposte pratiche a tal riguardo. Consiglio di recuperarlo per chi non lo avesse ancora letto.

E i professori?
Più volte in questi giorni è stato fatto notare come questa protesta abbia avuto, almeno per quanto riguarda le motivazioni, l’appoggio di molti membri del corpo docenti dell’istituto.
Abbiamo intervistato un professore del Manzoni, il quale riconosce che molti colleghi sono
d’accordo sul fatto che la scuola sia poco considerata e messa in secondo piano dal governo, e che la DAD non funzioni tanto quanto la didattica in presenza. Le lezioni da casa hanno logorato
psicologicamente tutti, e continuando così sembra di rubare tempo vissuto a studenti e professori.
Da parte dalle istituzioni politiche sembra di essere presi in giro: la scuola è tenuta in considerazione solo a parole, mentre coi fatti rimane chiusa, quasi a dire che sia ritenuta l’unico luogo di contagio. Il motivo per cui si ignora la cosa è che per questioni politiche si privilegia altro, e le frasi rassicuranti della ministra Azzolina rimangono per aria.
La scuola è un momento importante per la vita di un ragazzo che si forma, ed è giusto che mostrino le proprie ragioni come studenti ma anche soprattutto come giovani, categoria già piuttosto trascurata.
L’importante è che qualsiasi protesta si svolga nel rispetto delle regole. Viene condannata quindi
l’occupazione in sé, poiché atto illecito e disordinato, tanto più quando hanno deciso di rimanere
dentro a dormire. “L’atto dimostrativo che c’è stato si esaurisce in sé. Avrebbe avuto più efficacia
concluderlo. La voce dei manzoniani si è fatta sentire, i risultati sono ottenuti nel momento in cui è segnalato il problema. Poi basta.”
A onor del vero devo almeno citare il fatto che, se il primo giorno di occupazione, quando ancora si credeva che gli occupanti sarebbero usciti prima della notte, della stampa ufficiale erano presenti quattro o cinque videocamere; alle 14 del giorno dopo ce n’erano almeno il doppio, oltre che molti studenti in più.
Un’altra prof che abbiamo contattato è d’accordo con il motivo della protesta, ma non con le
modalità scelte.
“La scuola in sé è sicura, è tutto quello che sta attorno il problema. Il rientro a settembre doveva
essere gestito con più attenzione: controlli alle uscite per evitare assembramenti, tracciamento e
tamponi a scuola rimodulazione delle ore su frazioni orarie più agili i trasporti e chissà cosa altro
poteva essere pensato.”
Rispetto alla DaD, lo trova un sistema inefficace: “La DaD è utile per non perdere i pezzi, ma è un
surrogato: la spiegazione non sempre è efficace per tutti, le interrogazioni fanno pena (io vedo
tutto!). Il rapporto fatica a instaurarsi oppure si allenta. La tecnologia avvicina sicuramente, ma
rende il legame in po’ artificioso”.
In conclusione, non pensa che la didattica a distanza non possa sostituire quella in presenza.
Bisognerebbe servirsene solo se è l’unica alternativa possibile. Teams va bene, ma la presenza è una priorità.

Cosa ne pensano invece i genitori?
Si è visto un grande appoggio alla causa anche da parte di una grossa componente dei genitori. I
parenti chiamati a riprendere gli occupanti hanno firmato la presa visione, ma sono rifiutati di
obbligarli ad uscire dall’edificio. Alcuni si sono addirittura uniti alla protesta fuori dal Liceo. Numerosi membri della componente genitoriale CDI hanno divulgato un comunicato dove appoggiano pubblicamente la causa. Il documento è sicuramente specchio di una volontà di manifestare un consenso comune all’azione compiuta. Tuttavia, per dare voce ai singoli, si è ritenuto necessario considerare alcune testimonianze.
“Sono completamente d’accordo con loro” afferma la madre di due tra i ragazzi occupanti.
La signora infatti ormai da mesi sta assistendo a un lento declino dell’interesse per lo studio e per la scuola in generale da parte dei suoi figli, li vede “spegnersi davanti allo schermo”.
È totale da parte sua quindi l’adesione a questa azione e a dimostrarlo è anche il fatto che sia giunta davanti al liceo per portare delle coperte ai figli per resistere al freddo invernale.
Circa l’esito dell’iniziativa sostiene che sia difficile sapere cosa succederà, tuttavia visto il forte
sostegno esterno e il tangibile, anche se ufficioso, sostegno interno alla scuola spera che il ritorno in classe si verifichi il prima possibile “perché è assurdo, sono trattati come l’ultima ruota del carro perché non producono economicamente, ma il futuro è tutto qua”.
Anche qui, però, fermarsi a vedere in un solo comunicato l’espressione del parere totale di ogni
genitore è certamente riduttivo.
Il padre di uno studente, ex docente universitario, critica la proposta sostenendo che non si stia
guardando in modo costruttivo alla questione della DAD, e se ne critichi la sola esistenza. Non ci si pone il problema se le lezioni online possano avere un risvolto positivo, se attuate creativamente. Si potrebbero sfruttare le potenzialità che il mezzo tecnologico può dare all’apprendimento, e che non sarebbero possibili in classe. Tra l’altro molte delle critiche mosse alla DAD sono le stesse della didattica tradizionale, ma amplificate solo perché svolte da casa. Questo significa che esistevano già da prima. Rinnegare a prescindere questo metodo equivale a perdere un’occasione di sperimentare con altri tipi di apprendimento, e rinunciare ad implementarle nella scuola tradizionale. “Il problema della DAD è che non è stata pensata con lungimiranza”.
Molti genitori sono invece scettici dell’utilità di questo metodo di protesta, e pensano che a spingerli sia solo la voglia di fare caciara. “L’occupazione è diventata un rituale che la sinistra studentesca ripete di anno in anno. È un gesto privo di significato in sé”. Mezzo secolo fa “si occupavano le scuole per appropriarsi dell’educazione che non era in mano agli studenti; era una cosa molto anticonformista, molto dissacrante rispetto al sistema. Oggi è solo una protesta come un’altra, solo un modo di farvi sentire”. Pone quindi un quesito aperto a tutti: “Cosa potrebbe essere oggi un contenuto di sfida al sistema educativo consolidato? Che genere di manifestazione farebbe riflettere sulle questioni scolastiche? Che cosa sarebbe davvero rivoluzionario?”.

Il dibattito nell’era digitale
Sotto l’ultimo post della pagina Instagram del CPM si è riversata un’orda di “opinionisti”, che ha fatto schizzare il numero di commenti a più di 800. È emerso un grande contrasto tra chi appoggia l’iniziativa e chi invece si è visto poco d’accordo se non completamente contrario ad essa. Come spesso accade sul web la discussione è stata feroce e aggressiva, quasi sempre volta a screditare gli avversari, ma troppo spesso in maniera povera di contenuto.
L’impulso naturale quando si è attaccati verbalmente è di rispondere in modo altrettanto aggressivo, ma ciò non porta a nulla. Per costruire un vero dibattito c’è bisogno di calma e rispetto reciproco, quindi la cosa migliore è rispondere con gentilezza, in modo da destabilizzare l’interlocutore furente e permettere di intessere un vero dialogo.
Abbiamo riportato una serie di commenti, non con la presunzione di convincere i singoli autori a
sposare o meno la protesta, ma con il fine di riflettere sulle modalità di espressione e la parte
contenutistica.
Si legge quindi:
MA PORCA TRO** NON È MICA COLPA DEI POLITICI SE NON POSSIAMO TORNARE MA
SEMPLICEMENTE PER IL FATTO CHE C’È UN VIRUS CHE INFETTA LA GENTE. SE VOI FATE I FIGHI
PERCHÈ VOLETE ESSERE ALTERNATIVI I CONTAGI AUMENTERANNO E CONTINUERÀ STA SITUAZIONE
DI MER**. QUINDI ANDATE A DORMIRE CHE FACENDO LE MANIFESTAZIONI VI PRENDETE IL COVID E
POI NON POTETE TORNARE A SCUOLA.
Davanti a un commento simile cosa si potrebbe dire? Innanzi tutto immaginiamoci di fronte
all’utente G. in carne ed ossa. Questa persona sta esprimendo il più totale dissenso all’iniziativa
perché ha paura del virus, dei contagi e di dover rimanere in questa situazione emergenziale per
ancora moltissimo tempo, e forse ancora di più a causa dell’occupazione. È sostanzialmente
impaurita, delusa e fa così confluire le sue emozioni nella rabbia e nell’aggressività. Per poter
ragionare con G. quindi si potrebbe utilizzare un tono calmierato e tranquillo, disponendo prove a favore della sua tesi e a favore di quella contraria, formulando così una rielaborazione costruttiva del dissenso e di conseguenza delle soluzioni condivise.
Ogni opinione è valida a suo modo, purché presentata con educazione. Se si vuole ottenere una
risposta valida si deve sempre utilizzare un tono adeguato, volto al dialogo.
Alcuni utenti poi hanno deciso di commentare più volte argomentando minuziosamente le proprie posizioni ed idee circa l’accaduto e circa le proposte elencate nel comunicato.
Ad inserirsi puntualmente in questo gruppo è l’utente M.
La figura di M dimostra grande senso critico, molta compostezza e capacità di argomentazione. Non si unisce all’orda di commenti aggressivi e privi di significato ma costruisce i suoi ragionamenti con lo scopo di avere un confronto.
Riassumendo, l’utente ritiene che le richieste del comunicato siano assurde e controproducenti in
alcuni casi (come per esempio il presidio medico a scuola), “il comunicato pecca di idealismo”. M.
ritiene che lo stare a casa sia comunque la via più sicura e valida, la mancanza di socialità non è per lui così debilitante. In ogni caso, se ci fossero le risorse economiche per garantire la rientrata in sicurezza, non dovrebbero essere destinate ai licei, dal momento che c’è un’intera categoria di
lavoratori in uno stato terribilmente precario. Scordarsi di tutti loro e portare avanti istanze
particolari e superflue, come la ripresa della scuola in presenza, sposta l’attenzione da problemi ben più gravi, che i nostri genitori devono affrontare nel presente, e che noi dovremo affrontare. Come vi ponete di fronte a una posizione di questo tipo?
Si incontra scrollando i commenti anche le trenta righe di riflessione di R.
“Motivazione all’apparenza più che condivisibile, ma considerazione delle circostanze nemmeno
attuata”. Accusa di ipocrisia gli occupanti che, sulla basa di quello che ha potuto osservare fuori da scuola, erano soliti nei mesi passati “ammassarsi come pecore”. Il tono di R. è decisamente forte, non manca di scurrilità, probabilmente perché animato dalla foga del momento. Propone una sua interpretazione come dato oggettivo, per dimostrare l’assurdità e la infantilità di un’azione del genere in un periodo come quello che stiamo vivendo. Emerge infine un punto di incontro con quanto sostenuto dai manifestanti: la DAD è inefficiente. Tuttavia ritiene che la salute e la sicurezza debbano venire prima di tutto.
Tralasciando il tono irruente la cui considerazione svierebbe il dialogo su altri argomenti, non si può che collocare R. tra gli studenti desiderosi di tornare a scuola ma preoccupato per le condizioni di salute dei propri cari.
Si evince una soluzione da questi commenti? Dal dibattito avvenuto sotto il post? Il dibattito svoltosi sotto il post, per quanto spesso scorretto, è decisamente molto interessante, e anche qui
consigliamo di andarvelo a recuperare. Un po’ per ampliare la vostra visione, un po’ per dare
un’occhiata ai diversi tipi umani che spendono i pomeriggi a scannarsi sui social.

In ultimo, per noi autori questo articolo è stato un grande esercizio di dialettica, e speriamo che per voi lettori sia stato utile a confrontarvi con opinioni diverse. Converrete con noi che la soluzione che voi ritenete più giusta, non per forza sia l’unica valida, e che su un argomento tanto complesso sia necessario tenere in considerazioni tutte queste voci discordanti.
La nostra unica speranza è di avervi incasinato ancor di più le idee.

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