di Sara Cornetta e Rebecca Guette (redattrice de “Il Setaccio” rivista degli studenti del Liceo classico Foscolo di Pavia)

ILLUSTRAZIONE DI VIOLA SPANO’

E così si ripresenta, senza fare troppo rumore, il quesito del referendum “che non s’ha da fare”, messo in secondo piano dall’emergenza sanitaria che ha concentrato su di sé l’attenzione dell’elettorato italiano per mesi e che ha costretto il Governo a posticipare il giorno della votazione –inizialmente il 29 marzo- al 20 e 21 settembre. 

In punta di piedi, quindi, si avvicina il momento in cui, dopo quarant’anni di discussioni, gli italiani verranno chiamati alle urne per giungere ad una soluzione definitiva riguardo al taglio del numero di parlamentari, per circa un terzo: 345 in meno in totale, per la Camera dei Deputati da 630 a 400, per il Senato da 315 a 200. 

La riforma, promossa dal Movimento 5 Stelle, ha lo scopo di ridurre le “poltrone” e far risparmiare lo Stato sui salari di chi ci rappresenta, per una cifra pari a cinquanta milioni di euro l’anno a fronte dei 600 miliardi di entrate statali. A ragione, quindi, il leader del partito “Azione” Carlo Calenda afferma in un’intervista di Falci per il Corriere della Sera che tale somma equivarrebbe al “prezzo di un caffè”. 

Nonostante ciò, tale referendum costituzionale confermativo, quarto nella storia della Repubblica italiana, appare superficiale rispetto alla questione della rappresentatività: si giungerebbe alla situazione in cui un singolo deputato rappresenterebbe ben 151mila elettori, come fa notare Trocino a Giuseppe Brescia (M5S) nel suo articolo per il Corriere. A ciò il deputato grillino replica: “Un parlamentare che rappresenta più elettori sarà più prestigioso. Troppo lontano dagli elettori? Ma ora è più semplice interagire con i cittadini”, sottolineando che il punto di forza è “che i parlamentari avranno più prestigio e peso”. Ragionamento non così scontato, secondo Zagrebelsky (Repubblica), una voce in media nell’infiammato panorama giornalistico: “Il rapporto di rappresentanza è flessibile, non esiste un rapporto “giusto”. Può variare a seconda dell’eletto, […] e dall’altra parte dalla capacità degli elettori […] di far sentire la propria voce”. Insomma la questione si risolve ancora una volta attorno alla qualità, non alla quantità. 

Ma il vero cavallo di battaglia di chi propende per il No è il fatto che la riforma trascuri un conseguente cambiamento nel sistema dei collegi: il territorio italiano è diviso in “circoscrizioni” uninominali (in cui viene eletto un solo deputato secondo un sistema maggioritario) e plurinominali (in cui vengono eletti più deputati in base alla densità di popolazione). Tale sistema elettorale garantisce da una parte la rappresentanza della maggioranza e dall’altra una adeguata presenza dell’opposizione, in modo tale  sia da evitare monopoli di potere, sia esitazione nelle decisioni di governo. Ergo, nei collegi plurinominali con già pochi deputati le minoranze non troverebbero più voce.

Con meno parlamentari, a cui necessariamente sarebbero affidati più oneri, alla democrazia italiana verrebbe assestato un duro colpo; soprattutto in un momento in cui nel mondo i partiti sovranisti stanno salendo sempre più alla ribalta è importante, a parer nostro, mantenere a tutti i costi vivo e variegato il dibattito politico. Ideologie politiche a parte, a settembre è necessario che si giunga informati alla votazione, e che, per una volta, non ci si lasci influenzare dal nome cui la proposta di riforma è legata e di evitare quindi una decisione presa sull’onda del tifo.

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