di Giulia Costa

Pensavo che per me, ipocondriaca ormai affermata, questo periodo sarebbe stato particolarmente arduo. La prima domenica di emergenza, quando abbiamo saputo di non poter frequentare la scuola, ho avvertito una certa ansia, e deciso di uscire il meno possibile. In seguito, inspiegabilmente, è subentrato il sangue freddo. Forse anche a causa dell’abitudine: malattia in più, malattia in meno, tanto presto o tardi me le sento addosso lo stesso. 

Sembrava procede tutto in modo regolare: i miei mi hanno dotata di disinfettante e consigli, e pur con qualche limitazione mi sentivo quasi in vacanza. Ero tranquilla, perché non mi mancavano i riferimenti: con gli amici organizzavo uscite, mamma si armava di pragmatico fatalismo giusto un po’ caricato di timore e papà, calmo come al solito, guardava con sopracciglio alzato all’isteria generale. Nel caso questo non fosse bastato, potevo sempre rivolgermi alla luminose figure di Burioni e colleghi, da me visti alla stregua di spiriti protettori. 

Prima ancora che la chiusura delle scuole venisse prolungata, mi sono accorta che qualcosa stava andando storto quando la maggior parte delle persone intorno a me ha smesso di sorridere con aria di superiorità davanti alle mascherine e ai guanti di lattice usati sull’autobus. Quando non sono stata più in grado di uscire senza suscitare preoccupazione e domande inquisitorie da parte dei miei. Quando i nonni si sono chiusi in casa e hanno rinunciato a strapazzarmi di baci. Quando, conducendo una normale vita sociale, ho iniziato ad avvertire su di me lo sguardo accusatorio dei membri dell’OMS al completo, uniti in un unico grido: “Incosciente!”.  Per me è stato il punto di rottura: perdere qualsiasi punto fermo. Ritrovarmi a diciassette anni con gli stessi dubbi e le stesse misere incertezze degli adulti che mi circondavano. Vedere il mondo impazzire. 

Alcuni amici di famiglia, ad esempio, chiamavano ogni giorno per comunicarci le loro mosse: suole delle scarpe disinfettate sistematicamente, beveroni di vitamina C, scorte di uova da scenario post-nucleare, mascherine fai-da-te. Concludendo con uno stoico “Dobbiamo mantenere la calma e restare positivi…”. Altri fingevano di ignorare il pericolo, in realtà tentando di autoconvincersi, e comunque trasformandolo nell’unico argomento di conversazione. 

Cercando nella Storia o riflettendo sull’infanzia dei nonni non si risolveva niente: mai era accaduto qualcosa del genere. Allora è così che si sono dovuti sentire i pionieri di ogni epoca, ho pensato. Questa era la paura provata dal cittadino europeo nel 1914, davanti ad eventi che non aveva immaginato e non era in grado di relazionare a nulla nella propria memoria. Solo che ora il nemico esula dalle nostre competenze, è impossibile riconoscerlo all’istante o condurci delle trattative. 

All’inizio credevo che la difficoltà della pausa forzata consistesse nella riappropriazione del tempo libero: dopo qualche videolezione dei prof e un paio di telefonate con gli amici, il resto della giornata da riempire. Ho compiuto dei viaggi mistici, sforzandomi di pervenire al modo migliore di sfruttare le ore: tra serie tv, film e letture sono scesa negli inferi del trash e risalita ai picchi più alti dell’ingegno umano. Il mio stato d’animo ha attraversato un atavico mal di vivere decadente per schizzare subito dopo verso un entusiasmo da pubblicità progresso. Il tutto nel giro di mezz’ora e a partire dal divano. 

Successivamente ho scoperto che il vero problema della quarantena è che mi ha lasciata da sola con me stessa: non ho scampo, devo affrontarmi e scoprirmi. È una questione che va in profondità e riguarda me e il modo di non scivolare nel panico e mantenere il contatto con la realtà. 

Senza stelle polari cui guardare ho avuto la conferma di essere fragile, eppure di poter fare affidamento su risorse interiori che non ero sicura di possedere. È nell’assurdità delle circostanze che incontro la mia vera indole, altrimenti addormentata sotto effetto dell’abitudine e della comodità. Ho realizzato che la quotidianità non è poi così male, e non vedo l’ora di tornarci. E abbracciare le persone che ho dato per scontate. 

Nel frattempo saremo cambiati, ma ritrovarsi insieme sarà bellissimo.  

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