di Riccardo Biroli

Guardare fuori dalla finestra in questi giorni lascia tutti a bocca aperta.

Ma stupisce di più guardare se stessi dietro la finestra e accorgersi dello stravolgimento della nostra vita quotidiana avvenuto in solo tre settimane. 

Qualche giorno fa andavamo a scuola, vivevamo e ci muovevamo in completa libertà, stavamo a contatto con gli altri senza che alcun pensiero o sospetto ci attraversasse la mente. 

Ora non possiamo uscire di casa né spostarci senza avere un modulo in mano e, comunque, solo per motivi di salute o di necessità. Gli altri, se li incontriamo per strada mentre ci sgranchiamo le gambe e facciamo una passeggiata (che sono ancora consentite), li evitiamo, stiamo loro alla larga e rispettiamo le distanze che ci hanno detto di rispettare.

Se ce l’avessero raccontato qualche settimana fa avremmo pensato che potesse essere una bella storia per un libro di fantascienza; mai ci saremmo immaginati di caderci dentro poco dopo.

Nella storia recente abbiamo spesso compiuto e continuiamo a compiere lo stesso errore: ci crediamo immensamente forti, invincibili, capaci di soggiogare la natura e di piegarla alla nostra volontà e ci assale una grande angoscia quando invece accade qualcosa che ci fa guardare in faccia la realtà e realizzare che in fondo non siamo quei dominatori del mondo che ci vantavamo di essere, che siamo mortali, che c’è qualcosa più forte di noi, che siamo fragili.

Conviene sempre, ma soprattutto ora, ricordare il Leopardi della Ginestra, che ci insegna che viviamo su “un granello di sabbia”, che la vita degli uomini è così effimera e soggetta alla natura che “un’onda di mar commosso, un fiato [epidemia ndr] d’aura maligna, un sotterraneo crollo distrugge sì, che avanza a gran pena di lor la rimembranza”. Siamo come “un popol di formiche” che un “picciol pomo” che cade da un albero può sterminare all’istante, insieme a i loro “dolci alberghi […] e l’opre e le ricchezze che adunate a prova con lungo affaticar l’assidua gente avea provvidamente al tempo estivo”.

Tuttavia il virus che oggi affligge la nostra società non ci porterà alla completa distruzione. 

Il tasso di mortalità infatti è basso, nella maggior parte dei casi porta a conseguenze gravi soltanto tra i soggetti vulnerabili e anziani. 

Il problema più consistente è poi costituito dalla poca conoscenza che abbiamo del virus, dalla sua velocità di diffusione e dalla conseguente possibilità che il sistema sanitario italiano collassi, perché sarebbe impossibile garantire le cure a tutti, visti i poco più di 5300 posti in terapia intensiva che sono presenti in tutta Italia.

Problema serio che giustifica tutti i provvedimenti attuati da un governo molto lucido, che sta affrontando con serietà e trasparenza la situazione, conferendo alla salute dei cittadini un’importanza che supera qualsiasi altra questione.

Necessaria ora sarà la risposta di tutti noi, catapultati in una situazione che l’Italia non ha mai vissuto nella sua storia repubblicana e in un clima che solo le guerre causavano.

Oltre alla chiusura dei negozi, dei bar, dei ristoranti, alla quantità di gente stipata in casa con la paura di uscire, ciò che mi ha colpito maggiormente, fin dall’inizio, è stata la realtà dei confini e delle frontiere.

È drammatico sentire di essere chiuso in un territorio o in un luogo senza la possibilità di uscire o senza poter essere sicuro di tornare. Il nostro diritto di muoverci, di uscire dal nostro comune, dalla nostra regione o dal nostro paese viene totalmente annullato e ciò è legittimato, giustamente, dall’emergenza sanitaria. 

Drammatico è stato capire che era giusto che altri Stati impedissero agli italiani lombardi di entrare nel loro territorio, decisione che un mese fa sarebbe stata una violazione del diritto internazionale e per noi una discriminazione inaccettabile. 

Drammatico è muoversi con la paura dell’altro, assicurarsi, giustamente, di essere a una certa distanza da lui, con il perenne sospetto che egli possa da un momento all’altro trasmettere un morbo invisibile. È qualcosa che mai abbiamo sperimentato e che speriamo tutti di non vivere più.

Ora è nostro dovere attenerci alle regole e sentirci tutti insieme uniti dallo stesso obiettivo di sconfiggere il virus. 

Un grande spiraglio di speranza si potrebbe aprire se in questa situazione di grave emergenza ogni cittadino si accorgesse nel profondo di sé di essere vicino agli altri perché nella stessa condizione, con le stesse paure, angosce e desideri, se sentisse di condividere le stesse limitazioni che impoveriscono e stravolgono la vita di ogni singolo e di impegnarsi insieme per uno scopo che coinvolge se stessi e la società e se quindi guardasse l’altro non come un nemico ma come una grande risorsa che allontana la solitudine e con cui costruire insieme il futuro.

Da ciò potrebbe infatti derivare un forte senso civico, una fiducia nella possibilità che la politica possa risolvere concretamente i problemi dei cittadini e uno spirito di solidarietà che porti a considerare il proprio prossimo come un uomo, una donna, un anziano, un bambino soggetti allo stesso destino. 

Una social catena tanto amata da Leopardi che potrebbe essere finalmente l’astro che annuncia un nuovo giorno.

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