di Giacomo Amaddeo

Ultimo film di Martin Scorsese, regista icona di un cinema ormai storico. La pellicola tratta di un ex camionista irlandese affiliato alla mafia italo-americana che, nel corso della sua sanguinosa esistenza, riesce a scalare le gerarchie malavitose, divenendo medium tra un calmo don interpretato da Joe Pesci e un corrotto sindacalista, legato a doppio filo alle sfere alte del potere statunitense. Il film comunica una profonda nostalgia verso un mondo, sebbene brutale, finito. Un epoca in cui la vita e la morte di uno Stato venivano decise nell’ombra di uno sporco tavolino in un bar a Little Italy. Questi grandi carnefici della storia ci vengono presentati, però, come fragili figure, prive di qualsiasi gloria napoleonica ed emblemi della banalità del male.
La pellicola presenta un ritmo incalzante e personale, simile a quello di “quei bravi ragazzi”, ma privo della giovanile leggerezza del narratore, che rende i criminali quasi quotidiani e familiari. Tutte queste impressioni e supposizioni sono evocate da una sempilce smorfia di De Niro o da uno sfogo di Pacino, ricordandoci l’indiscutibile abilità attoriale del duo. La colonna sonora incarna alla perfezione l’anima del film divenendo a mani basse la miglior dell’anno.
Possiamo dunque dichiarare che questa pellicola non sia solamente un’opera artistica, ma la sintesi affezionata di un cinema e di una realtà ormai confinati solamente nei racconti di un ospizio.

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