di RICCARDO BIROLI

Una fila di donne e bambini in strada, con sacchi e valigie in mano, che si lasciano alle spalle una città bombardata inondata di fumo. Bambini in braccio alle madri; un piccolo ragazzino sulle spalle di suo fratello maggiore; tutti con gli occhi rivolti davanti a loro verso un futuro incerto e doloroso, verso un rifugio che probabilmente non troveranno. Hanno i volti affaticati e si scorge la loro disperazione insieme al coraggio di andare avanti.

Questa è per me l’immagine più significativa dell’inspiegabile dramma umano che si sta verificando nella Siria nord-orientale e dell’esodo della popolazione curda causato dall’invasione della Turchia. 

Un’offensiva denominata “fonte di pace” che dimostra ancora una volta l’ipocrisia dei potenti e la terribile verità che la storia si ripete nei meccanismi, nei comportamenti e nelle parole degli uomini. Perché nessuna frase è più adatta a descrivere l’azione turca di quella che scrisse lo storico Tacito (55–117 d.C circa) per condannare l’imperialismo feroce dei Romani: “Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant”.

Una frase che ci fa capire che la storia dell’uomo è una storia ingiusta fatta di vincitori e di vinti, di oppressori e di oppressi. Anche la vicenda che coinvolge la Turchia e il Rojava si aggiunge all’elenco e motivo di questo è la rabbia genocida e il desiderio di potere incontrastato di un dittatore che mira alla conquista di nuovi territori e alla repressione di ogni forma di diversità a costo di migliaia di vite umane. L’offensiva di un presidente-sultano che fa avanzare truppe formate anche da mercenari jihadisti in nome di una solo apparente “integrità territoriale della Siria”, nascondendo la sua irrefrenabile aspirazione espansionistica e la pulizia etnica perpetrata nei confronti di un popolo che mai ha minacciato di attaccare la Turchia e che ha cercato di trovare una propria terra su cui fondare una società democratica ed egualitaria.

L’immagine parla più di ogni parola. 

Le facce immortalate sono di donne e bambini di un popolo che da sempre è perseguitato e che da sempre si ritrova senza Stato, a cavallo di quattro paesi. Un popolo che conosce la guerra e la morte ma che le affronta senza paura per la propria affermazione, per l’indipendenza, per la libertà e per la vita. 

Stupisce sempre pensare a quanto siamo vicini geograficamente ai luoghi di guerra e allo stesso tempo a quanto il mondo occidentale sia distante da quel tipo di realtà. È dal 1945 che l’Europa è in un periodo di pace (se non teniamo conto della guerra in Jugoslavia). Il lasso di tempo più lungo della sua storia. Siamo nati in pace e il pensiero della guerra e della morte non ci sfiora.

È quindi sconvolgente sentire le parole dei combattenti curdi delle FDS (Forze democratiche Siriane) che dicono: “La ritirata non è un’opzione. Noi continueremo a combattere, succeda quel che succeda. Noi per ora ci concentriamo sulla lotta contro l’invasione turca e la protezione della nostra popolazione. Lo Stato turco può decidere l’inizio di questa guerra, ma non la fine.”

Parole animate da ideali di libertà e indipendenza per cui la stessa vita è messa a rischio. 

Uomini e donne che per se stessi, per le loro famiglie e per il loro popolo sfidano la morte con la possibilità di perdere se stessi, di non vivere più con la propria famiglia e con il proprio popolo.

Perché allora mettere in gioco una posta così alta? Perché non cedere o non pensare solamente a scappare? La risposta non è sicuramente univoca. 

Quello che è sicuro è che in tutti loro è forte il desiderio di affermare la propria identità. 

I Curdi appartengono a un popolo che si riconosce interamente nei valori di libertà, uguaglianza, parità di genere, inclusione e tolleranza e che propone un modello di società alternativo ai regimi mediorientali ma anche alle democrazie di stampo occidentale. Per questo motivo è un’esigenza fondamentale l’affermazione di sé ed ora ciò è possibile solo attraverso la lotta e il conflitto. In un contesto come quello in cui si trovano l’opposizione viene quindi a configurarsi come unica fonte di vita. 

Il concetto del conflitto come vita non è però una prerogativa della lotta politica per la libertà e per l’affermazione dei popoli oppressi ma è anche una caratteristica fondamentale dell’esistenza umana individuale ed è una costante nella storia del pensiero filosofico-letterario.

Partendo dalle origini della filosofia si può rintracciare un pensiero di questo tipo nella riflessione di Anassimandro (610 – 546 circa a.C) e di Eraclito (535 – 475 a.C). Entrambi, osservando il mondo intorno a loro intuirono la natura conflittuale della realtà e immaginarono la vita come un’eterna contrapposizione di opposti.

Il primo identificò l’apeiron come principio dell’universo e unità degli opposti, “coincidentia oppositorum” (termine utilizzato durante il Rinascimento da Niccolò Cusano per definire Dio) dal quale all’inizio dei tempi si staccarono gli esseri e si costituì la realtà, frutto degli elementi contrastanti ora divisi.

Il secondo vide nella lotta tra contrari e nell’interdipendenza tra di loro la legge segreta del mondo e la espresse nelle frasi: “L’uno vive la morte dell’altro, come l’altro muore la vita del primo”.

La lotta incessante è quindi per lui la ragione (il “logos”) dell’essere, senza la quale l’essere non ci sarebbe.

Molto più avanti nel tempo Fichte (1762-1814), il fondatore dell’idealismo tedesco, riprese questa idea e la espresse nella contrapposizione eterna tra Io e Non-Io. L’Io, principio della realtà, oppone a se stesso un Non-Io perché solo attraverso la lotta e lo sforzo per superare gli ostacoli riesce a realizzare la sua libertà e la sua vita. Per il filosofo ogni uomo è libero e animato da una tensione verso l’infinito che si concretizza nel conflitto, nella ricerca di un superamento dei limiti che mai sarà soddisfatta perché unica ragione di vita. 

Nella letteratura molti sono gli esempi che rimandano a questa idea ma mi piace ricordare il Cyrano de Bergerac di Edmond Rostand nella cui conclusione Cyrano, sul punto di morire, si abbandona ad un combattimento disperato con la Morte, la Stupidità, la Viltà, la Menzogna, i Compromessi, i Pregiudizi e dice: “Cosa dite? È inutile? Lo so! Ma non ci si batte con la speranza del successo … Che io scenda a patti? Mai e poi mai! … Lo so bene che alla fine mi vincerete; non importa: io mi batto! Mi batto!”. Frasi da cui sgorga la necessità umana di affermarsi attraverso l’opposizione e la lotta.

I Curdi subiscono una tragedia umana e politica che deve essere fermata e attraverso la loro azione ci ricordano la nostra essenza di uomini perché, portando alle estreme conseguenze l’idea di vita come opposizione e affermazione della propria identità, ci mostrano la tensione infinita verso il superamento degli ostacoli che costituisce l’esistenza di ogni essere umano.

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