di MANUELE POCCHIA

“Quello che dice Tyler dell’essere una merda e gli schiavi della storia, così mi sentivo. Avevo voglia di distruggere tutte le cose belle che non avrei mai avuto. Bruciare le foreste dell’Amazzonia. Pompare clorofluoroidrocarburi in cielo a mangiarsi l’ozono. Aprire le valvole nei serbatoi delle superpetroliere e svitare i tappi sulle piattaforme petrolifere. Volevo uccidere tutti i pesci che non potevo permettermi di comperare e annerire le spiagge della Costa Azzurra che non avrei mai visto. Volevo che il mondo intero toccasse il fondo.”

L’anonimo protagonista di Fight Club è un everymen della Generazione X, figlio dell’epoca vuota e disillusa che nel 1996, anno d’uscita della prima edizione del libro, andava sempre più delineandosi. Lo stesso lavoro del protagonista, che chiameremo d’ora in avanti Edward, assume i connotati archetipici della retorica dei baby boomers: impiegato, egli visita per conto di un’azienda i luoghi degli incidenti automobilistici per stabilire se costa più ritirare il modello o risarcire le famiglie delle vittime; un lavoro estraniante, che lo aliena dagli altri e dal frutto del suo lavoro, che lo costringe a frequenti spostamenti in aereo dove immagina speranzosamente di morire schiantato. Lo stress e la frustrazione lo portano all’insonnia: “è così che va con l’insonnia. Tutto è così lontano, una copia di una copia di una copia. L’insonnia ti distanzia da ogni cosa, tu non puoi toccare niente e niente può toccare te.” Il medico si rifiuta di prescrivergli farmaci, consigliandogli piuttosto di partecipare alle riunioni dei malati di cancro ai testicoli, dove “soffrono davvero”: ed è qui che due dei temi fondanti del romanzo, la virilità e la castrazione, si presentano per la prima volta come un sottofondo costante dell’opera. Ed è nello scantinato della First Eucharist che l’ascesi di Edward ha inizio: annegato nell’oblio delle “nuove tette sudate di Bob, giganteschi ciondoli, grandi come ci immagineremmo quelle di Dio”, perso nel seno materno di un’ex bodybuilder con troppi estrogeni nel corpo, piange. “Ogni sera morivo, ed ogni sera rinascevo”: il pianto e gli incontri non sono però che l’inizio della catarsi. Edward conosce Tyler Durden, fabbricante di saponi, lungo una spiaggia dove l’insonnia l’aveva costretto; egli è l’alter ego di Edward, l’uomo che vorrebbe essere, con una personalità decisa e dominante, virile e spregiudicato. E quando un incendio distrugge la sua casa, tutti i mobili dell’Ikea che negli anni aveva comprato, sfogliando cataloghi dell’IKEA sul gabinetto come se fossero giornaletti porno, schiavo di quel feticismo per i prodotti del capitalismo a noi ben noto nell’epoca delle tende davanti agli Apple Store, chiama Tyler, corre incontro al Messia che pensa di aver trovato supplicandolo di accoglierlo. “Compri mobili. Dici a te stesso, questo è il divano della mia vita. Compri il divano, poi per un paio d’anni sei soddisfatto al pensiero che, dovesse andare tutto storto, almeno hai risolto il problema divano. Poi il giusto servizio di piatti. Poi il letto perfetto. Le tende. Il tappeto. Poi sei intrappolato nel tuo bel nido e le cose che una volta possedevi, ora possiedono te”. La filosofia di Tyler è il puro nichilismo attivo e anarchico che l’hanno reso un’icona pop: egli critica l’automiglioramento, sostenendo che sia “masturbazione”, professando al contrario l’autodistruzione, l’auto-stigmatizzazione e l’annichilimento; invita i propri adepti (che avranno sempre più spazio verso il finale del romanzo) a prendere coscienza di non essere speciali, di essere “la merda canterina e ballerina del mondo, il sottoprodotto tossico della creazione di Dio”. Un giorno Tyler chiede ad Edward di colpirlo più forte che può: i due iniziano a picchiarsi, fumando dopo la rissa come dopo un rapporto sessuale: dei passanti li notano e li imitano; nasce quindi il Fight Club, gestito dittatorialmente da Tyler che ne detta le regole come dei comandamenti, regole che impongono la segretezza assoluta e la rinuncia ai simboli della propria identità borghese (“si combatte senza camicia e senza scarpe”), oltre ad alcuni modelli etici, quali la gratuità (“noi vogliamo te, non i tuoi soldi”) e la venerazione ossessiva dei combattenti, protagonisti assoluti di un momento tribale come quello dell’autoaffermazione violenta. I membri del Fight Club, che esiste dalle due di notte del sabato alle sette del mattino di domenica, si riconoscono tra di loro dalle tumefazioni che ricoprono i loro volti, trattandosi come i membri di una setta massonica che avrà la sua genesi una volta “toccato il fondo”. Tyler inizia a radunare un esercito privato, formato da “scimmie spaziali” prive d’individualità ed identità asservite alle regole ed alle parole del maschio Alpha; sottrae grasso da liposuzione delle gambe di vecchie borghesi nelle discariche di rifiuti medici per rivenderglielo, sotto forma di sapone artigianale, ed autofinanziarsi; trasforma il Fight Club nel più anarco-burocratico “Progetto Caos”, costringendo gli adepti alla convivenza forzata e ad assurde iniziazioni, richiamando un’impostazione gerarchica analoga a quella dei Pitagorici o delle moderne organizzazioni neofasciste (che, ignorando completamente i sottotoni omoerotici dell’opera, hanno pensato bene di replicare i Fight Club prendendosi a cinghiate). Lo stesso Edward è costretto da Tyler ad ustionarsi con la lisciva, a sopportare il dolore che gli causerà una cicatrice a forma di bacio: in quello che è “il momento più importante” della vita di Edward, Tyler lo insulta, lo spinge a concentrarsi sul dolore vivo, a sacrificarsi davanti a un Dio che nel nichilismo estremo di Tyler si identifica nel Padre, odiato e disprezzato dal protagonista per aver abbandonato la madre quando era piccolo, e nella Società intera, colpevole di aver farcito di menzogne una generazione: “Noi siamo i figli di mezzo della storia, cresciuti dalla televisione a credere che un giorno saremo milionari e divi del cinema e rockstar, ma non andrà così. E stiamo or ora cominciando a capire questo fatto”. L’intera parabola d’evoluzione del rapporto tra Tyler ed Edward si costruisce con l’antitesi Nietzschiana tra il nichilismo passivo di Edward, che trova conforto nel pianto e nel rapporto con i malati terminali, e quello attivo di Tyler, che cerca l’autodistruzione come catarsi e ribellione parallela alla distruzione dei simboli di chi, a suo giudizio, l’ha condannato, ovvero la società alienante capitalista. Ed è il Progetto Caos lo strumento di distruzione di Tyler: una rigida impostazione ad incarichi, che vanno dal sfidare sconosciuti per strada al terrorismo bianco di V per Vendetta, dati dal capo ai suoi sempre più numerosi adepti, porta il romanzo attraverso il lungo catalogo di nozioni criminali, quali la fabbricazione di esplosivi artigianali (“la nouvelle cuisine dell’anarchia”), e i numerosi mantra ripetuti ossessivamente dalle scimmie spaziali ormai prive di qualsiasi identità (quasi a volersi opporre all’individualismo neoliberista). Ad una riunione dei malati ai testicoli, Edward conosce Marla, l’unica donna del romanzo. Marla è una donna postfemminista, forte, indipendente, figlia di un’epoca dove l’uomo è “cresciuto da donne” e non c’è posto per il machismo Tyleriano; Edward sente che la bugia di lei riflette quella di lui, inizia ad odiarla (“se avessi un tumore, lo chiamerei Marla”) perché si sente minacciato lì tra chi lo capisce davvero, i condannati a morte. Sarà l’odio per Marla a spingerlo a cercare la purificazione nei Fight Club, all’inizio del romanzo: è lei l’innesco della sua follia. 

In un crescendo di sublime tensione narrativa, al lettore viene rivelato che Tyler in verità non esiste. Egli è il lato distorto della personalità sdoppiata di Edward, che emergeva di notte durante l’insonnia del protagonista: egli è quindi costretto allo scontro finale con il suo alter ego, per impedirgli di prendere il definitivo sopravvento sulla sua vita e su quella degli altri cittadini: il Progetto Caos si rivelerà infatti un enorme e teatrale piano per la distruzione degli edifici di credito bancario, allo scopo di provocare la cancellazione dei debiti di milioni di americani. 

Fight Club è la lirica di una ribellione, condotta con la lucida e memetica follia frutto dell’alienazione postmoderna in cui è approdata la civiltà. Sebbene il lettore sia spinto a disprezzare le assurdità di Tyler Durden, complice anche un punto di vista a lui antagonista (la dicotomia Tyler-Edward è paragonabile a quella Jekyll-Hyde), non può che restarne affascinato: Tyler è l’Oltreuomo, che scatena sul mondo la distruttività nichilista e primitivista che l’ha generato; Tyler è il simbolo dell’Io che esce fuori di sé, alienato dalla società capitalista; e, per un momento, Tyler è il primitivista Messia che non ci meritavamo, ma del quale avevamo (ed abbiamo tuttora) urgente bisogno.

«Se sei maschio e sei cristiano e vivi in America, tuo padre è il tuo modello di Dio» dice il meccanico. «E se non hai mai conosciuto tuo padre, se tuo padre prende il largo e muore o non è mai a casa, che idea ti fai di Dio?»

[…] «La fine che fai» dice il meccanico «è passare la vita a cercare un padre e Dio.»

«Quello che devi considerare» dice «è la possibilità che a Dio tu non sia simpatico. Potrebbe essere che Dio ti odi. Non è la cosa peggiore che ti può capitare.»

Il modo in cui la vedeva Tyler era che attirare l’attenzione di Dio per essere stati cattivi era meglio di non ottenere attenzione per niente. Forse perché l’odio di Dio era meglio della sua indifferenza.

Se tu potessi essere o il peggior nemico di Dio o niente di niente, che cosa sceglieresti?

Noi siamo i figli di mezzo di Dio, secondo Tyler Durden, senza un posto speciale nella storia e senza speciale attenzione.

Se non otteniamo l’attenzione di Dio non abbiamo speranza di dannazione o redenzione.

Che cos’è peggio, l’inferno o niente?

Solo se veniamo presi e puniti possiamo essere salvati. «Brucia il Louvre» dice il meccanico «e pulisciti il culo con la Gioconda. Almeno così Dio saprà come ci chiamiamo.»

Più in basso cadi, più in alto volerai. Più lontano corri, più Dio ti vuole indietro.”

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