di RICCARDO BIROLI

Sul ciglio della strada sedeva un uomo, con la schiena appoggiata a una colonna di un portico affollato. 

Le gambe distese sul cemento, le braccia inerti che scivolavano lungo i fianchi, aveva gli occhi rivolti in basso, verso una pozzanghera tremolante che rifletteva la sua immagine sfuggente.

Aveva due occhi grandi e neri, capelli lunghi fino alle spalle e la barba folta. Indossava quel poco che aveva ricevuto negli anni da qualche persona benevola e generosa, vista un giorno o una notte e mai più incontrata. 

Tanta gente indaffarata lo sfiorava e non lo guardava, troppo occupata per concedere attenzione, poco disposta a guardare la sofferenza, a sopportare la realtà.

Tante gambe si muovevano freneticamente a pochi passi dall’uomo che, senza alzare lo sguardo, si sforzava di tendere la mano per chiedere una monetina, per cercare speranza.

Ma pochi gli donavano qualcosa e ancora meno persone avevano il coraggio di fermarsi, di guardarlo negli occhi, di rivolgergli la parola o di donargli un sorriso di caldo conforto.

Ma all’uomo non importava. Tanti anni aveva vissuto da solo, da invisibile, da reietto. Era scappato, aveva attraversato strade e città senza l’aiuto degli altri, in compagnia di se stesso. 

Non aveva bisogno degli altri perché gli altri li odiava. 

Li vedeva passare di fianco indifferenti, ignari della sua storia, di un passato che non voleva ricordare e che gli annebbiava la mente.

Uomini, donne alle prese con le loro vite e con i loro svaghi che camminavano attratti da vetrine inutili e ingannevoli. 

Li vedeva correre famelici verso il niente, affannarsi con il cellulare all’orecchio, ridere spensierati, camminare intontiti dalla musica degli auricolari, scrivere messaggi frettolosamente e aggiustarsi l’acconciatura contemplando il proprio riflesso nelle vetrine.

E lui che tentava di farsi ascoltare, di avere una minima parte nelle loro vite.

“Mi scusi, ha una monetina per favore?” e la gente che gli concedeva uno sguardo vuoto o sprezzante oppure che continuava per la sua strada. 

E lui provava e riprovava. “Per favore”, “Ho fame”, “Vivo per strada”, “Ho freddo”.

Qualche volta si era messo ad urlare e allora il muro che aveva davanti si era animato quel tanto che bastava per bollarlo come pazzo pericoloso e per affrettare il passo.

Odiava tutti ogni giorno di più; odiava la gente comune, odiava i politici, odiava Dio, il caso, il destino o chi per loro.

Un giorno, in una sera piovosa di ottobre, gli si presentò davanti una donna di mezza età. Si era riparata sotto il portico e lo aveva notato mentre contava deluso gli spiccioli ricevuti quel giorno.

Un po’ timorosa cercò di proferire qualche parola: “Come ti chiami? Da quanto vivi sotto il portico?”. L’uomo le rispose infastidito che non le interessava e di lasciarlo in pace. “Sai, io ti capisco”, tentò di nuovo la donna, “ho visto e sofferto come te la fame e la povertà in Africa. Sono scappata tanti anni fa dalla mia casa e sono arrivata qui, dove sono riuscita a ricostruirmi una vita. Non vedo i miei genitori e i miei fratelli da più di trent’anni e ogni giorno spero di ritrovarli davanti alla porta di casa, anche se so che è ormai impossibile incontrarli dopo così tanto tempo.” L’uomo aveva smesso di contare le monete e la stava ascoltando attentamente.

Dopo diversi secondi di silenzio la donna riprese: “Molte altre persone hanno avuto una storia simile alle nostre…”

L’uomo la interruppe dicendo: ”No, non è vero. Pochi sono come noi. Purtroppo siamo in pochi ad aver avuto un destino del genere e a provare così tanto dolore”.

“Hai ragione” disse la donna, “la vita ci ha riservato una sorte peggiore di molte altre, ma guardati intorno. Osserva gli occhi delle persone che passano. Tutti abbiamo nascosto dentro di noi un dolore; tutti ci siamo illusi, abbiamo tentato e siamo caduti; tutti ci confrontiamo con qualcosa di più grande e di più forte davanti a cui ci sentiamo impotenti. Non sei solo.

Anche cogliendo la luce breve e fulminante di un solo sguardo della gente che cammina, tu puoi vedere dentro di loro e seguire l’intricarsi dei loro pensieri e delle loro emozioni.”

L’uomo rimaneva in silenzio, con gli occhi fissi nel vuoto, tentando di comprendere le sue parole.

La donna guardò l’orologio e scoprì di essere in ritardo. Gli promise che il giorno dopo sarebbe tornata e gli diede in regalo un libro che aveva nella borsa in quel momento: “Il vecchio e il mare” di Hemingway. 

“Sai leggere?” gli chiese.

“Sì.”

“Bene, questo libro è corto, puoi leggerlo in poco tempo. Narra di un pescatore sfortunato che intraprende una lotta con un pesce gigantesco. Alla fine il pesce diventa suo amico perché come lui combatte con la morte per sopravvivere e poi… non ti dico altro. Leggilo.”

L’uomo prese incerto il libro e, non appena la donna se ne andò, incominciò a sfogliarlo. 

La sera successiva la donna si presentò allo stesso orario. Gli diede del cibo e una coperta e intraprese lunghe conversazioni, raccontando la sua storia e la sua vita.

Ma l’uomo parlava di rado; preferiva ascoltare la voce affascinante della donna.

Alla fine di quella sera gli ricordò di leggere il libro, dicendogli che, quando lo avesse finito, gliene avrebbe procurato un altro. 

Così egli non poté esimersi dalla lettura. Ogni giorno, nel pomeriggio, seduto con le spalle appoggiate alla sua colonna, prendeva in mano i romanzi e le poesie che lei gli portava e si addentrava in quelle pagine fatte di vita e di emozione fino a sera.

Ogni tanto alzava lo sguardo, guardava curioso i passanti e notava ciò che non aveva mai notato prima. Seguendo i loro occhi cercava di scrutare nei loro cuori e di comprenderne le espressioni e gli sembrava di scorgere il passato in ogni ruga del viso e di intravedere dietro ad ogni semplice gesto la particolarità di ognuno.

Non si sentiva più solo perché capiva che tutti erano suoi fratelli, che ognuno era soggetto a qualcosa di più potente e misterioso che determinava il corso delle loro vite. E il desiderio di scoprire chi o che cosa fosse responsabile di tutto questo lo mosse e lo tormentò per sempre.

Vedeva gente piangere per i morti e morire per amore. Gli passavano davanti ai suoi occhi uomini e donne umiliati, bastonati, derisi, imprigionati, ingannati da amanti, figli, amici, estranei, dallo scorrere del tempo, dall’età, dal dolore e dalla noia, dalla felicità tanto agognata e mai trovata.

Li vedeva come formiche o come fiori, che il destino impietoso calpestava. E lui era uno di loro.

Ogni sera la donna tornava e gli faceva compagnia. Facevano lunghe discussioni sui romanzi che lei gli regalava e sulle poesie che gli faceva leggere e tra di loro nacque qualcosa di inspiegabile. L’uomo si innamorò follemente di lei. 

Vederla era per lui una gioia travolgente e allo stesso tempo una malinconica tristezza. 

Era tanto tempo che non amava. L’ultima volta aveva donato all’amata il suo cuore; aveva dato tutto se stesso e il risultato era stato un’amara sconfitta e un lacerante dolore.

Da quel momento aveva promesso a se stesso che mai più avrebbe amato così tanto, mai più avrebbe speso tanto tempo e tante forze per ritrovarsi nelle mani il niente. 

Ma ora si trovava nuovamente davanti a quel sentimento così straordinario e distruttivo e cedette di nuovo, pur consapevole di quanto fosse difficile che un mendicante come lui potesse avere successo.

La donna se ne accorse ben presto e cominciò a presentarsi meno frequentemente, a trattenersi per poco tempo e a riservargli meno cortesie. 

Ma la freccia di Cupido era ormai infilzata nel profondo del cuore del povero uomo che non smetteva di pensare a lei, giorno e notte, e non riusciva a vedere la realtà. 

Una sera fatale la donna arrivò di fretta nel portico, con una valigia in mano, e si incamminò verso di lui ma, mentre si stava avvicinando, si arrestò all’improvviso. 

Lo guardò intensamente per qualche secondo da lontano, con gli occhi nebulosi che gli sarebbero rimasti impressi nella mente per tutta la vita. Fu un lungo attimo, poi si girò, corse via e non tornò più.

L’uomo la aspettò senza tregua per ore e giorni. Attese tempo infinito, senza mangiare e senza bere. Girava di notte gridando il suo nome con le lacrime agli occhi, ormai sull’orlo della pazzia. La vedeva nei volti della gente che incontrava, nelle parole che leggeva nei libri, negli schermi che illuminavano la città.

Ma lei non tornò e lui morì dentro. Sentì di non avere più certezze né motivi per vivere, ma trovò conforto nei libri. Decise che da quel momento si sarebbe nutrito di parole e di poesia, delle storie di altri uomini che gli avrebbero insegnato il mestiere di vivere.

Trascorse giorni interi senza distogliere lo sguardo dalla carta. Si dimenticò di mangiare e di chiedere l’elemosina e divenne pazzo.

Il mondo intorno a lui non esisteva più; vedeva le persone come sagome confuse, udiva i rumori e le parole pronunciate vicino come suoni indistinti. Era come se si trovasse in un eterno sogno.

Non seppe più dove si trovava né quale fosse il suo nome. 

Una sera, durante una sua completa crisi di identità, mosso da un’energia sfrenata e inspiegabile, corse verso la piazza più vicina, salì sulla statua che si ergeva in mezzo alla folla e urlò: “Sancho Panza! Sancho Panza dove sei?” Individuò qualcuno in mezzo alla gente e si fece largo a spintoni per raggiungerlo gridando infastidito: ”Levatevi di mezzo fannulloni, sapete chi sono io? Sono Don Chisciotte della Mancia!” 

E i presenti che ridevano di lui che non si accorgeva di niente.

Oppure, qualche settimana dopo, successe che una donna, che stava adocchiando dei vestiti nel negozio di fronte, attirò la sua attenzione e lui, mosso da un’ispirazione misteriosa, si alzò di scatto e si precipitò dentro chiamandola a gran voce: “Angelica! Angelica! Sono io, Orlando. Ti ho inseguita per giorni e giorni, attraversando terre e mari. Il mio senno è volato via, chissà dove, a causa tua. Per favore, solo tu mi separi dalla pazzia.”

E la presunta Angelica, sconvolta da queste parole così folli e così belle, fuggì via senza lasciare traccia, lasciando Orlando preda di se stesso e dei suoi più funesti pensieri che lo portarono al delirio.

Nessun Astolfo però si arrampicò sulla Luna per riportare la ragione all’uomo, che visse così per molti anni, recitando le parti più diverse. Fu Amleto e poi l’Innominato, Edipo e Cirano di Bergerac. 

Proprio quando stava riproducendo il finale del Cirano la sua vita svanì e fu uno di quei pochi casi in cui la finzione diviene realtà. 

Moribondo Cirano stava concedendo le ultime parole ad una Rossana invisibile a cui teneva la mano. “Mi pare che la morte guardi… che osi guardare il mio naso! Chi siete voi che mi colpite?

Venite qui che vi affronto a testa alta! La menzogna! I pregiudizi! La viltà! La stupidità”

E intanto fendeva colpi con una spada inesistente. E mentre si affannava, improvvisamente riacquistò la lucidità perduta. Furono pochi secondi, il tempo per poche parole.

L’uomo sussurrò: “Muoio dimenticato. Ma non è colpa vostra, miei cari amici passanti. Non sono arrabbiato con voi perché voi siete come me.” 

Alzò quindi la mano verso il cielo e sorridendo pronunciò le sue ultime parole: “Dio, tu sei il solo a dovermi una monetina.” 

Dio era lontano, forse non c’era e non rispose. E l’uomo chiuse gli occhi.

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