di DANIELE SORMANI

L’Unione Europea si trova davanti a un bivio: deve scegliere se rafforzarsi per affrontare unita i più importanti dossier mondiali oppure restare al gioco dei più beceri sovranismi. Ma, prima di parlarne, è doveroso introdurre a una realtà ai più poco conosciuta.

Tra il 23 e il 26 maggio, saranno eletti i 750 eurodeputati più il Presidente della nona legislazione del Parlamento Europeo. In Italia, dove si terranno solo il 26/05, verranno eletti 76 eurodeputati.
In Italia per le elezioni europee sono presenti 6 collegi plurinominali con un numero variabile di seggi spettanti a seconda della densità demografica (dai 20 del collegio per l’Italia Nord Occidentale agli 8 per le Isole) e la soglia di sbarramento è del 4% e non sono permesse coalizioni.
All’Europarlamento, che si rinnova ogni cinque anni, sono presenti dei partiti europei, ossia dei grandi partiti che rappresentano singoli partiti nazionali con la stessa ideologia.
Ad oggi, i partiti italiani sono presenti in sette degli otto partiti europei che si trovano nel Parlamento Europeo: nella maggioranza dell’Europarlamento si trovano il PD e quello che ora sarebbe LeU nel S&D, l’alleanza dei social democratici, oltre che Fi e UdC nel PPE, il partito dei popolari, di cui è membro l’attuale Presidente del Parlamento Tajani.
Il primo partito europeo citato è quello che raggruppa la maggior parte dei partiti europei di centro-sinistra, unione dei socialisti e dei democratici; il secondo è invece il più importante partito europeo al momento, che ha espresso il Presidente sia del Parlamento, Tajani, sia della Commissione, Junker. Infine assieme a loro due governa l’ALDE, che al momento in Italia è rappresentato da +Europa ed è la rappresentanza dei partiti liberali.
Ci sono poi all’opposizione il M5S nell’EFDD, fortemente euroscettico, la Lega nell’ENF, il partito europeo più a destra, Rifondazione Comunista nel GUE, il partito europeo più a sinistra, FdI tra i conservatori e Riformisti e, infine, i Verdi nel Partito Verde Europeo, il più antico di tutti.
Il primo è un partito molto eterogeneo, che punta alla “democrazia diretta”, e che quindi ha tra le sue anime i più euroscettici, tra cui l’UKIP di Farage; il secondo è l’espressione dei partiti di destra parlamentare più estrema, tra cui il Rassemblement National di Le Pen; il terzo è l’espressione dei partiti della sinistra più radicale, comunista e socialista; il quarto è un partito europeo fortemente euroscettico e anti federalista che vede nell’Unione un mostro burocratico da combattere; infine i Verdi fanno parte del Partito Verde Europeo, fortemente europeista, federalista e, naturalmente, ambientalista.


Dopo questa premessa sulla composizione del Parlamento Europeo, è tempo di dedicarsi ad un’analisi più politica.
Solitamente l’astensione a queste elezioni è decisamente alta, superiore al 50%, quasi al 60%, tuttavia è, probabilmente, l’elezione più importante di tutta Europa, in quanto è l’unica che chiede il suffragio universale di tutti i cittadini dell’Unione Europea, per una popolazione di circa 500 milioni di persone.
Si tratta quindi di uno dei più vasti parlamenti al mondo, sia per membri che per elettori.

A prescindere dalle proprie valutazioni e riflessioni, è innegabile che le politiche europee plasmano la vita di ciascun cittadino e del proprio Stato, in quanto diversi ambiti, la maggioranza, sono regolati da normative comunitarie, primi tra tutti gli scambi commerciali e i rapporti di vicinato con i Paesi extra europei.

Tuttavia, il Parlamento Europeo non funziona a dovere, complici le regole dei Trattati che, ad esempio, impongono che la funzione legislativa sia da condividere con il Consiglio dell’Unione Europea, dove risiedono tutti i governi e vige la regola della maggioranza qualificata, ossia il voto di 20 Stati su 28.
 

Questa legislazione sarà davvero importante per il futuro dell’Unione a causa della complessità delle sfide che si troverà a dover affrontare. Le questioni sono di natura sia politica che istituzionale: se da una parte ci sono le grandi sfide globali, prima di tutto l’Unione, a partire dal proprio Parlamento, unica istituzione europea elettiva, deve rinnovarsi.
Compito di questa legislazione dovrà dunque essere quello di dare al Parlamento Europeo, che esprime il Presidente della Commissione europea, la centralità all’interno delle decisioni europee, almeno in attesa di una legge che imponga l’elezione diretta del presidente della Commissione. Inoltre, sarebbe necessario, per un vero cambiamento, che il Parlamento ottenga l’esclusiva nella funzione legislativa, finora condivisa col Consiglio.
Infatti solo un rafforzamento dell’istituzione elettiva potrebbe portare ad un miglioramento effettivo dell’Unione e alla conseguente maggior possibilità di rispondere alle richieste dei suoi cittadini, nonché alle sfide globali. 

Finita questa doverosa spiegazione sulla composizione e il funzionamento stesso dell’Unione, e in particolare del suo Parlamento, è bene soffermarsi a riflettere sul percorso politico che deve compiere l’Unione in questo quinquennio. Principalmente dovranno essere due i fronti su cui agire.
A seguito dell’astio degli USA e della Cina nel voler combattere seriamente il fenomeno, l’UE deve impegnarsi in prima fila per la lotta al cambiamento climatico, facendosi capofila di una svolta ambientalista ed ecologista che metta in moto anche gli altri Paesi, senza lasciare il compito ai singoli Stati membri. Infatti, solamente la spinta europea unitaria potrebbe portare, grazie alle decisioni vincolanti per i suoi 28 Stati membri, ad un radicale cambiamento su scala globale e a un effettivo miglioramento delle condizioni ambientali. L’Unione Europea deve quindi decidersi ad attuare una politica ambientalista, che non significa essere contro lo sviluppo, ma per l’applicazione di un’economia ecosostenibile, capace di generare moltissimi posti di lavoro, nonché di migliorare l’impatto ambientale dell’uomo. Non può più permettersi di trascurare il problema o, peggio, di lasciar fare ai singoli Stati, ma deve cogliere l’opportunità per indirizzare i suoi sforzi per un’economia più rispettosa dell’ambiente, non lasciando in difficoltà i suoi Stati membri che singolarmente non potrebbero compiere sforzi corrispondenti a quelli necessari per scongiurare una crisi climatica totale.

Il secondo fronte riguarda invece il fenomeno migratorio, che è ormai chiaro sia inaffrontabile dai singoli Stati e che richiede invece una strategia sia a breve che a lungo termine: servono infatti degli aiuti concreti agli Stati per quanto riguarda l’immediato, ma serve anche una strategia lungimirante che vada alle radici del fenomeno migratorio e che si traduca in aiuti concreti ai Paesi africani attraverso la costruzione di infrastrutture e servizi, nonché di aiuti nei sistemi sanitari ed educativi. E’ ormai evidente che questo fenomeno non può esser più lasciato ai singoli Stati, dove sempre più spesso è sfruttato dai più beceri populismi per campagne elettorali che, invece di ricercare soluzioni, vivono della sua irresolutezza.

Insomma, in sintesi questa legislatura avrà di fronte a sé delle sfide davvero importanti e complesse, per cui sarà necessario avere un Parlamento (e, di conseguenza, una Commissione) che siano davvero desiderosi di migliorare in meglio questa Unione, invece che sfruttarla per avere i consensi nei propri Paesi. Per cui, l’astensione alle elezioni venture non sarebbe una scelta, ma solo, con le parole del giornalista Bernard Guetta, una manifestazione d’inedia civica.

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