di MARGHERITA MINELLI

Mediterraneo era una donna meravigliosa, stendeva i suoi lunghi e possenti capelli celesti per spazi infiniti, dove nemmeno il suo sguardo o la sua volontà potevano arrivare.

Per la sua maestosa immensità e allo stesso tempo meschina impotenza, si trovava spesso incastrata in situazioni che disapprovava, o almeno spesso erano le situazioni a intrecciarsi nella sua chioma, dove rimanevano fluttuanti senza meta né prospettiva, senza via di fuga in una inquietante danza di morte.

Inizialmente Mediterraneo cercando invano di salvare lo sventurato che fosse sprofondato tra le sue spire, permetteva che “le sue vesti si allargassero e come una sirena per un poco lo tennero su, e in quel mentre cantava passi di vecchie canzoni, come inconsapevole della sua ora disperata o come una creatura nata e cresciuta in quell’elemento. Ma non poteva durare a lungo e infine i suoi vestiti, pesanti di quanto avevano bevuto trassero il povero infelice dal suo melodioso canto alla fangosa morte”. (Amleto, Shakespeare)

Mediterraneo allora, troppo perfetta per poter considerare e comprendere l’imperfezione, decise di inasprire e incupire le sue fronde, rendendole invalicabili per qualunque avventuriero, sperando che mai nessuno avrebbe ancora tentato la sorte, incamminandosi nel suo mondo. Ma così non fu.

Ella non voleva arrendersi alle sue condizioni e diventò sempre più aggressiva; se nessuno ascoltava le sue vittime innocenti, forse avrebbero ascoltato lei, madre universale e allo stesso tempo giudice impietoso, sarebbe andata contro i suoi stessi figli: poiché senza lei non vi è vita, senza lei vi è solo morte.

Le morti continuavano inesorabili ed era solo lei a piangerle. In solitudine. Nessuno voleva condividere il suo fardello, né sentire le grida e il successivo silenzio degli innocenti, che si trascina via tutto, persino la dignità.

Allora Mediterraneo raddolcì le sue acque e cucì la sua voce di dolore soffocato, per rendere l’attraversata più dolce ai vivi e la permanenza più soffice ai morti, cullati da una lieve marea.

“C’è un grande silenzio dove non c’è mai stato suono/ c’è un grande silenzio dove suono non può esserci./ Nella fredda tomba, nel profondo mare/ nel deserto immenso dove non c’è vita/ che è stato muto e sempre giacerà in un sonno profondo./ Non una voce è ammutolita, e nessuna vita cammina in silenzio/ ma nubi e ombre nuvolose vagano libere/ e mai sulla terra oziosa hanno parlato/ se non tra rovine verdi di muschio e mura abbandonate/ di palazzi antichi dove l’uomo è stato./Tra i richiami di volpe bruna e di iena selvatica/ e i gufi che convulsamente/ volano bubolando all’eco, nel pianto sommesso del vento./ qui c’è il vero Silenzio, consapevole di sé e solo.”(Silence, Thomas Hood).

Mediterraneo perse poco alla volta la sua bellezza e divenne deserto di guerra, violenza e abbandono, ma anche luogo sacro di protezione. Mosse le sue sfumature da un cristallino celeste a un corposo scarlatto di sangue e rabbia e dopo aver raccolto migliaia di figli innocenti ed essersi sottomessa a loro per onorarli con degna sepoltura, decise di erompere e restituirli al loro mondo originario: la terra, tela bianca e indifferente che l’aveva abbandonata.

Le spiagge si ricoprirono di figure inanimate, ma nemmeno questo la smosse.

Mediterraneo esasperata e sola, quel giorno eruttò e si portò via con se qualunque cosa, anche se stessa, fino a perdersi; nella speranza che durante il prossimo ciclo, i suoi figli avrebbero imparato l’accoglienza.

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