di RICCARDO VISENTIN

O Muse soccorretemi

La storia nel narrare,

E Giove divo aiutami

Le trame a dipanare.


A Ilio il prode Cáchilo

Fra gli agi avea vissuto

E nel bel tempio pròstilo

Le lettere studiato.


Se a scuola è poco dedito

Non può destar sconcerto;

Tre insufficienze, un debito,

E in greco il voto è incerto.


A prostitute e calici

Allora si abbandona,

E nei postriboli più esotici

A lungo bighellona.


Gli Achei purtroppo arrivano,

E Cáchilo combatte,

Ma dove i colpi infuriano

In ritirata batte.


Di Ulisse il grande inganno

La guerra finirà,

Gli Achei per certo danno

Che Troia brucerà.


Fiamme e incendi infatti

Dilagan dai bracieri,

I templi son distrutti:

Non c’erano i pompieri.


Il buon Cáchilo fuggendo

La nave ha ricercata,

Non sa che in fretta andando

Enea gliel’ha ciulata.

Lì nel porto ancor rimane

Abbandonata una barchetta,

Chiglia e poppa son ben sane:

L’uomo salpa senza rotta.


Giunto a un’isola pietrosa

Scende a terra il gran troiano,

In una grande grotta ombrosa

Trova un uomo ch’è un po’ strano.


Manco a dirlo, è Polifemo,

Un ciclope un po’ pastore;

Certo è un filin blasfemo:

Giove insulta pel dolore,


Pel dolore del suo occhio

Che l’Ulisse gli ha cavato,

Era infatti un poco alticcio

Per il vino che gli ha dato.


Tosto entra il gran signore

Con in mano un bell’agnello,

E ‘l troiano, con timore,

Gli offre un po’ di Tavernello.


Ma il gigante grande e grosso

Riteneva con certezza

Che Nessuno ritornasse

Per rubar qualche capretta.

“Il Lambrusco tu portando

Proprio ieri m’accecavi,

Tavernello or recando

Ne vuoi fare di più gravi!”


Polifemo questo esclama,

Colla mano già fremente,

Di gettare un masso trama

Contro il pezzo di demente.


Ma ‘l demente se ne scappa

Manco fosse una gazzella;

Si conclude questa tappa,

Ma prosegue la novella.

Dal Ciclope spaventato

A Cartago si dirige,

Enea appena se n’è andato

Per le italiche battigie.


Da un bel faro allor guidato

Affonda ahimè l’imbarcazione:

Quel che faro era sembrato

Era il rogo di Didone!


A Cartago a nuoto arriva,

E c’arriva di gran fretta,

C’è uno losco sulla riva

Che lo vede e lo intercetta:


“Per l’Italia c’è un gommone,

C’è un gommone del Catai,

Tu con centotré persone

A Lampedusa arriverai.”


E il buon Cachilo risponde

Che di certo partirà;

“Di viaggiare ne ho ben donde,

Fonderò una gran città.”


Sul gommone ben pigiato

Con i profughi egli viaggia,

Come un povero immigrato

Approda infine sulla spiaggia.


E dall’isola vicina

Va in Calabria su un barcone;

C’era il ponte di Messina,

Ma era ancora in costruzione.


Lui l’Italia risalendo

Va cercando un posticino

In cui fondare, costruendo,

Un complesso cittadino.


Sotto i sette colli arriva,

Poi si ferma a riposar,

Su del Tevere la riva           

Il panorama a rimirar.

“Du’ caciotte, er pecorino,

Qui null’altro troverò,

Io ‘sta sòla a quel cretino,

A quell’Enea rifilerò:


Una città sulle colline

Mai successo aver potrà!”

E lasciate quelle cime

Va a cercare un po’ più in là.


Arrivato poi a Pistoia

Trova manifestazione,

“Aiutiamolo là a Troia!”

Gridan mille o più persone.


É una folla assai aggressiva,

Sono Etruschi un po’ leghisti,

Ma il troiano se la fila

Evitando gli imprevisti.


Giunto dunque in Lombardia,

Un paese là ci fonda;

“Che ne dite di Pavia?

Che proposta invereconda!

Serve un nome musicale,

Che non sia troppo gradasso:

“Roma” sembra un po’ banale,

la chiamiamo Abbiategrasso!”

E da intorno, lesto lesto

Va le genti a radunar,

Da Gaggiano, Baggio e Sesto

Tutti quanti porta là.


E fra i boschi e le vallate,

In uno sputo di città,

Fra boccali e tavolate

Il buon Cáchilo morrà.

Su, gridate ed applaudite

Questa storia un filo scema,

Con risate divertite

Muore anche il mio poema.

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