di GIULIA COSTA

La donna voleva conoscere. Non era presuntuosa e superba, amava davvero studiare. Ne ricavava un piacere personale, interiore, segreto. Non poteva condividerlo con nessuno, altrimenti la Polizia Federale l’avrebbe arrestata e portata chissà dove. La legge di Catartia del 3010, infatti, vietava a chiunque di avere una propria cultura, all’infuori di quella espressamente voluta dal governo. 

La donna lavorava in un piccolo e afoso ufficio alla Banca Centrale. Il lavoro non la appassionava e non stimolava  il suo vivace intelletto, ma vi era stata assegnata dal governo, dunque così doveva essere. Quando, alle sei in punto, metteva piede in casa, per prima cosa accendeva il televisore e inseriva un film nel lettore dvd. Era riuscita miracolosamente a procurarsene uno rovistando nei cassonetti della discarica. Lo faceva spesso, adorava i cimeli: le facevano pensare a tempi antichi che non aveva mai vissuto. Il televisore era datato, secondo la donna risaliva al 2016 circa, ma per fortuna funzionava ancora. Sapeva benissimo di rischiare l’arresto per accaparramento di testimonianze pericolose del passato, ma la cosa non le importava, anzi le dava una sensazione di libertà.  Possedeva poi una ricca collezione di lungometraggi, che la sua famiglia si tramandava clandestinamente di generazione in generazione. I film erano il suo unico modo per imparare. Di leggere un libro, non se ne parlava. In Catartia pochissimi erano in grado di farlo, e nelle scuole non si insegnava nemmeno più. Amava soprattutto i film d’amore, ancora meglio se in costume e ambientate in epoche lontanissime, e le commedie. Di recente aveva scoperto un nuovo genere cinematografico, a cui però non sapeva dare un nome. La faceva sorridere, perché la gente sullo schermo era quasi sempre allegra, e in ogni momento iniziava a cantare, persino in mezzo alla strada o durante una conversazione. Roba del genere non sarebbe mai potuta succedere, in Catartia. 

Un giorno, un giorno come gli altri, la donna tornò a casa pregustando le prossime ore di apprendimento. Appena si fu seduta sul divano, appena iniziarono i titoli di testa sentì un bussare furioso alla porta. Il sangue le si gelò nelle vene. Attraversò il corridoio dell’appartamento tremante, bianca come un cencio. Aprì, gli occhi sbarrati dalla paura. Si trovò davanti un comandante della polizia catartiana. Mascella serrata, occhi di ghiaccio, sguardo duro e determinato. Lo scintillio della cintura e degli stivali la destabilizzava, nella luce del tramonto. L’ufficiale le ricordava la versione decisamente più brutta e crudele di un grande attore del secolo passato, le pareva si chiamasse Ralph Fiennes. 

Ma Ralph Fiennes non avrebbe mai fatto ciò che invece fece il comandante.  Prese la donna per i capelli, incurante delle sue grida, anzi urlandole di stare zitta, e le mise le manette ai polsi. Dopodiché, la trascinò giù per le scale, senza neanche avere la cura di chiudere la porta di casa. Le intimava di tacere, e le comunicava con tono sprezzante e quasi divertito la motivazione dell’arresto: troppa conoscenza, pericolosa per il governo, dato che avrebbe potuto dare adito ad atteggiamenti sovversivi. La donna, impietrita dal terrore, smise di lottare, e si arrese all’inevitabile condanna. Venne fatta salire su un’ auto completamente decappottata, affinché tutti i Catartiani vedessero e fossero ammoniti. I vicini e i portinai osservavano, curiosi, ma non muovevano un dito per aiutarla. Sembravano aspettarsi l’arrivo della polizia, del resto la chiamata anonima era venuta certamente da uno di loro. Il governo pagava bene le informazioni. La donna guardò per l’ultima volta la finestra del suo appartamento, illuminata dalla luce innaturale del film che cominciava. Stordita, si domandava dove l’avrebbero condotta e cosa le avrebbero fatto. 

La sua cultura non l’avrebbe salvata. 

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