di RICCARDO BIROLI

Nessun uomo è un’Isola,
intero in se stesso.
Ogni uomo è un pezzo del Continente,
una parte della Terra.
Se una Zolla viene portata dall’onda del Mare,
l’Europa ne è diminuita,
come se un Promontorio fosse stato al suo posto,
o una Magione amica o la tua stessa Casa.
Ogni morte d’uomo mi diminuisce,
perché io partecipo dell’Umanità.
E così non mandare mai a chiedere per chi suona la Campana:
Essa suona per te.

John Donne (1572-1631)

Non esiste un solo uomo.

Siamo nati dall’unione di due esseri umani e, da quando abbiamo aperto gli occhi per la prima volta, ci siamo trovati a dover trascorrere il nostro tempo con altri simili.

Essi occupano la nostra vita molto più di quanto in realtà immaginiamo.

A parte qualche eccezione, ogni nostro pensiero è direttamente o indirettamente imperniato sull’Altro, sui rapporti con lui e, di conseguenza, anche le nostre azioni sono fondamentalmente generate da questa relazione.

Anche quando pensiamo a noi stessi facciamo inconsapevolmente riferimento all’Altro perché solo lui dà significato alla nostra vita che, altrimenti, sarebbe incolore e priva di alcun valore. 

Cosa può essere una vita senza i nostri simili? Niente; perderebbe ogni tipo di senso.

E’ quindi indubbio che siamo destinati a far parte dell’umanità, a vivere con gli altri e a fare di loro il centro della nostra esistenza.

Se però non esiste un solo uomo è altrettanto vero che non esista uomo che non sia solo. 

Tutti noi viviamo la nostra breve vita in una condizione di solitudine, perché noi stessi siamo l’unica sicurezza che abbiamo e perché siamo noi e nessun altro ad affrontare le nostre esperienze, i nostri dolori e le nostre gioie, la nostra età e la nostra imminente morte. Così scrive Emily Dickinson (1830-1886):

Ha una sua solitudine lo spazio,
solitudine il mare
e solitudine la morte,
eppure tutte queste son folla
in confronto a quel punto più profondo,
segretezza polare,
che è un’anima al cospetto di se stessa:
infinità finita.

La solitudine dell’anima, secondo la poetessa, è quella più profonda e misteriosa di tutte ed è dovuta alla consapevolezza di essere costretta in un corpo finito e caduco sebbene essa tenda all’infinito. 

La solitudine in cui ci troviamo e la nostra stessa incompletezza ci spingono a cercare l’Altro perché ne abbiamo bisogno e perché ci potrebbe rendere felici. Ognuno ha difetti, problemi, incertezze e dubbi e tenta di trovare negli altri una risposta e di avere un conforto. 

L’Altro può completarci e non farci sentire soli e può insegnarci molto anche di noi stessi.

Lo stimolo che ci obbliga a rapportarci con gli altri infatti è la determinazione di noi stessi: non sapremo mai chi siamo veramente se non ci confrontiamo con i nostri simili, entrando nelle loro vite, nelle loro esperienze, nelle loro scelte e nei loro errori. Solo così riusciremo a meglio definire la nostra esistenza e la nostra stessa anima pur sapendo che non possederemo mai la conoscenza totale di quello che siamo. Ognuno di noi ha una complessità inconcepibile che ogni giorno si manifesta in modo anche imprevedibile e ci permette di modificare l’idea che ci eravamo fatti di noi. Gli uomini cambiano continuamente e cercano di scoprirsi, di capire le proprie emozioni e i propri comportamenti che si adattano alle situazioni nelle quali ci si trova e alle persone che si incontrano.

Per tutta la vita siamo quindi coinvolti nella faticosa ricerca dell’Altro: ci affanniamo nel tentativo di stringere relazioni, di mantenerle salde trascurando litigi e divisioni e di superare il dolore per amori e amicizie finiti. 

Ma facciamo molto di più: leggiamo, studiamo, guardiamo al passato e immaginiamo il futuro. Queste azioni infatti non sono che un addentrarsi in altre esistenze, altri tempi e altri luoghi e, di nuovo, un cercare gli altri per cercare se stessi.

La letteratura in particolare svolge questo ruolo.

Gli scrittori infatti raccontano storie di uomini che vivono vite simili alle nostre e nei quali possiamo identificarci. Raccontando le loro esperienze raccontano le nostre perché siamo tutti uguali e perché le vicende di uno solo appartengono a tutti. E’ così che impariamo a vivere e a superare sventure e dolori.

E’ infatti nella consapevolezza e nell’accettazione della comune sorte che aspetta tutti gli uomini che sta il possibile antidoto alla solitudine e alla sofferenza.

Ogni uomo è un compagno di vita perché prova le stesse emozioni, affronta le stesse difficoltà, le stesse tristezze e paure. Comprendere questo ci consente, unendoci agli altri, di sentirci meno soli, di soffrire di meno e di affrontare la vita con più coraggio.

Così canta Guccini in “Canzone quasi d’amore”:

Queste cose le sai perché siam tutti uguali
e moriamo ogni giorno dei medesimi mali,
perché siam tutti soli ed è nostro destino
tentare goffi voli d’azione o di parola,
volando come vola il tacchino…

E poco dopo:

perché siam tutti uguali, siamo cattivi e buoni
e abbiam gli stessi mali, siamo vigliacchi e fieri,
saggi, falsi, sinceri… coglioni!

Tornando un po’ indietro nel tempo, lo stesso Leopardi aveva constatato la comune condizione umana che lega gli uomini e aveva immaginato un’unione di tutti per fronteggiare insieme il destino di sofferenza assegnatoci dalla natura matrigna. Ne “La ginestra” questa riflessione emerge nella sua potenza maggiore. La condizione del “fiore del deserto”, fragile e destinato a soccombere a causa della natura imprevedibile, travolgente e totalmente indifferente, è assimilata a quella degli uomini. La diminuzione della sofferenza, per il poeta, può avvenire solo grazie alla creazione di una comunità che promuova l’aiuto e l’empatia reciproca.

126 ….e incontro (contro) a questa (la natura)        

congiunta esser pensando,

       siccom’è il vero, ed ordinata in pria

l’umana compagnia,

130 tutti fra se confederati estima

gli uomini, e tutti abbraccia

con vero amor, porgendo

valida e pronta ed aspettando aita

  negli alterni perigli e nelle angosce

135 della guerra comune…

Questa idea, da me sempre condivisa, non può che avere anche delle conseguenze politiche. L’uguaglianza tra gli uomini infatti dovrebbe rappresentare un valore condiviso e trovare espressione concreta nei nostri sistemi politici, sociali ed economici e nel quotidiano agire delle istituzioni. 

Nessun uomo ha il diritto di considerarsi superiore rispetto a un altro e ognuno deve avere le stesse possibilità di vivere. Siamo stati catapultati su questa Terra senza sapere da chi e perché e passiamo la nostra breve vita cercando la felicità, prima di tornare nel luogo sconosciuto dal quale proveniamo. 

Esiste forse un criterio secondo il quale si possa ritenere un uomo migliore di un altro? 

Durante tutto il corso della storia gli uomini si sono divisi costruendo gerarchie, favorendo conflitti, cercando di dimostrarsi più saggi, più puri, più buoni di altri. Molti hanno pensato di conoscere la verità e hanno cercato di imporla senza comprendere l’ignoranza umana e l’impossibilità di arrivare a una verità assoluta. 

Dobbiamo invece rimuovere dalla nostra mente il concetto di superiorità e dobbiamo imparare a vivere con gli altri e ad amare; a considerarci fratelli; a capire che affrontiamo al fianco degli altri questa vita misteriosa e che siamo tutti uguali. 

Non importa il colore della pelle o la nazionalità. I confini sono solo convenzioni perché la nostra patria è questa Terra. 

Perciò quando suonerà quella famosa campana, caro lettore, non chiederti per chi suona: essa suona per te, per me e per tutti gli altri.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...