di ANDREA RANDISI

Piangete e disperatevi: il Liceo Classico è morto. Morto e stramorto, più morto di così non si può. Noi, cari lettori, siamo spettatori del più cruento dei crimini, un omicidio efferato di cui siamo i complici innocenti. Non ho intenzione di dilungarmi sui colpevoli, perché hanno molteplici nomi e molteplici visi, piuttosto vorrei ricordarvi dei suoi ultimi penosi giorni e dell’immenso dolore che provava. La solitudine nella quale il mondo l’aveva esiliato lo faceva terribilmente star male; tutti vedevano solo la sua vecchiaia, la sua pelle grinzosa e i capelli bianchi. Non era più questione di rispetto o di riverenza, ma i pochi che lo stimavano lo facevano per pietà: ammiravano la sua scorza dura, non più il suo immenso sapere. Lo trattavano come una vecchia istituzione caduta, un vecchio monumento ignorato dalla frenetica strada, ostracizzato da una società troppo veloce e troppo “smart”. I più intelligenti di noi volevano rinnovarlo, farlo più bello e meno burbero, più elegante, e volevano mettergli la cravatta per farlo diventare un “businessman”; quelli più stupidi, invece, che non apprezzano il “progresso”, volevano cibarsi della sua cultura millenaria, di quella profondità abissale che altrove non ha più posto. I più “avanti” di noi lo criticavano fortemente, perché lui ancora si ostinava, da vecchio asino testardo qual era, a studiare una cultura morta, una cultura antica, e non voleva assolutamente indossare quella maledetta cravatta, non voleva che il suo sapere fosse usato come arma per annegare il proprio vicino di vita, non voleva che fosse proprio di un’élite di eccellenze, ma che fosse aperto ad un pubblico di persone affamate di sapere, che fosse accessibile a chiunque volesse sedersi a tavola con lui. Il Liceo Classico non capiva più chi viveva attorno a lui: di colpo si era trovato accerchiato da uomini di mercato, arrivisti, giovani ambiziosi e insegnanti annoiati. Il suo sapere era diventato merce di scambio, un piccolo trofeo da sbandierare, una volta usciti dalle pareti della scuola, in faccia al tuo futuro avversario come simbolo di superiorità (“perché io ho fatto il Classico”). Passava i suoi ultimi giorni in agonia, addolorato da questa distanza che lo separava dal “mondo reale”. Morì in poco tempo, ucciso da tutti noi che volevamo dargli una “ventata d’aria fresca”, che volevamo farlo più “fast”, che abbiamo preferito una cultura esclusiva ad una inclusiva, che abbiamo puntato solo sulle eccellenze, che abbiamo preferito i voti alle idee, gli “educatori valutanti” agli insegnanti (“coloro che lasciano il segno”), che abbiamo voluto far tabula rasa del passato piuttosto che imparare qualcosa da lui. L’ultimo baluardo di difesa del sapere umanistico contro la supremazia delle scienze sociali è finalmente morto; quel sapere inutile, tedioso e fastidioso ha perso tutto il suo slancio vitale e ora, al suo funerale, si mettono in fila tutti i suoi assassini. Nulla è rimasto della lucidità, della forza e della bellezza del Liceo Classico, solo rovine di un passato vecchio e impolverato, denigrato dai più, amato dai pochi sconfitti. E’ l’inizio di una nuova era, un’era più efficace, più utile, più veloce, dove i giovani non saranno più educati a pensare, ma ad agire, e non saranno più abituati a dire “no”, ma a dire “sì”: avremo ottimi lavoratori, ma pessimi uomini. Abbiamo voluto bene al nostro Liceo, ma ora è il momento di svoltare pagina, è il momento di andare avanti, non si sa bene dove.

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