di LUA QUAGLIARELLA

Come può una vita piena di peripezie portarti ad un’immensa fortuna?

Jean-Michel Basquiat lo sapeva benissimo, poiché quella semplice domanda è il riassunto della sua breve ma intensa vita: piena di alti e bassi, ricchezza e povertà, droghe, donne e soprattutto molta arte.

Il soprannominato “James Dean dell’arte moderna” nasce a Brooklyn il 22 dicembre del 1960 da Gerard Basquiat e Matilde Andrades. Egli nell’infanzia condivide la casa con altre due sorelle minori: Lisane e Jeanine e, già a 4 anni dimostra un grande interesse per l’arte. Con l’ andare avanti della vita Jean-Michel affrontando vari ostacoli riesce ad arricchire sempre di più il suo bagaglio: si appassiona all’anatomia e  durante la frequentazione delle City-as-School, scuola per ragazzi dotati ma non adatti al tradizione metodo didattico, inizia, insieme al suo amico Al Diaz,  a scrivere degli aforismi in giro per New York firmandosi “SAMO” ovvero “Same Old Shit”.

“SAMO saves idiots”

“SAMO as a neo art form”

La svolta più grande della sua vita avviene nel 1978 quando: abbandonati gli studi, decide di guadagnarsi da vivere vendendo cartoline decorate da lui stesso, e succede che proprio  il suo idolo, Andy Warhol, compra un paio di sue opere; gli si apre così una via che lo avrebbe portato ad una strada solo in salita. Passeranno però alcuni anni prima che Basquiat entri a far parte della “Factory” del re della Pop Art, anche se già al tempo diventa cliente fisso dei club più esclusivi di New York. Nel 1980 parteciperà al Time Square Show, un evento nel quale si riconosce la nascita di Due nuove avanguardie della Grande Mela: la downtown cioè la Neo Pop e la uptown cioè il rap e I graffiti. Viene successivamente pubblicizzato dal poeta e critico d’arte Rene Ricard nel “The Radiant Child” e finalmente, nel 1981 a Modena, avviene la sua prima mostra personale, che però viene accolta negativamente; ma, appena un anno dopo, nel marzo del 1982, riscuote grande apprezzamento da parte della critica e del pubblico di New York. Nel 1983 sboccia l’amicizia tra Basquiat e Warhol, il quale lo aiuterà a sfondare nel mondo dell’arte, infatti, sotto l’influenza del re della Pop Art  esporrà in moltissime altre gallerie.

Purtroppo tutto ciò non ha un riscontro positivo sulla sua persona; nonostante tutta la sua fama e il suo denaro Jean-Michel non riesce a gestire la sua nuova vita; tutto, era successo in modo veloce e sbrigativo, non dandogli il tempo di adattarsi soprattutto alle critiche.

Infatti, nel settembre del 1984 il New York Times lo definirà come la “Mascotte di Warhol” e ciò farà andare a sbattere il nostro Basquiat contro uno dei suoi più grandi ostacoli:: le droghe. Egli viene a contatto con queste circa ai tempi del liceo partendo dall’uso di psichedelici, come la LSD, ma col passare del tempo neanche Andy Warhol riuscirà a farlo totalmente allontanare da questa sua dipendenza.

Da questo punto inizia la discesa.

Il ventisettenne inizia a soffrire di disturbi psichici come attacchi di panico e anche i suoi quadri ne risentono: il pubblico e i critici non accettano più i suoi lavori con l’entusiasmo di una volta, alimentando la sua depressione. Nel 1987 muore Warhol e Basquiat erroneamente intraprende il cammino dell’eroina ma, dopo altre due esposizioni a New York intraprende un tentativo di disintossicazione che non porterà mai a termine, perché muore il 12 agosto 1988 a ventisette anni per una grave overdose causata dall’eroina.

Come vi ho detto all’inizio, la vita di questo pittore è breve, intensa e particolarmente pesante, poiché in pochissimi anni riesce a scalare il mondo dell’arte con molta velocità e scomparire in un tempo ancora minore. La sua arte, impossibile da collocare in un determinato filone, è un riassunto di tutte le sue esperienze e suoi ricordi: riflette soprattutto la condizione della comunità afroamericana, con figure semplici come ad esempio i bambini che giocano sullo sfondo della metropoli nordamericana  in cui le parole, spesso cancellate, irrompono sulla tela come parte integrante, ma anche come sfondo: a volte per attrarre l’attenzione dello spettatore.

“Cancello le parole, in modo che le si possano notare – il fatto che siano scure spinge a volerle leggere ancora di più.”  Afferma il nostro protagonista.

Insomma, Jean- Michel Basquiat in soli 27 anni di vita e riesce  a diventare uno dei principali esponenti del “Graffitismo” e ormai a quasi 30 anni dalla sua morte i suoi lavori e il suo linguaggio affascinano il pubblico di tutto il mondo in tutta la loro intricata semplicità. Giustamente, la domanda sorge spontanea: “Perché Hai scelto di parlare proprio di lui?” Semplice: Jean-Michel è il mio pittore preferito, e diciamo che lo è sempre stato.

Fin da quando sono piccola sulla bianca parete di camera mia vi è sempre stato appeso un suo quadro, che però, ho veramente esaminato all’età di 7 anni quando ho finalmente avuto l’occasione di fermarmi, lasciare le Barbie, e analizzare quelle scritte e quei “scarabocchi”. Inutile dire che mi hanno subito colpita; infatti andando avanti con gli anni nonostante avessi altri affari per la testa, in qualche modo mi ritrovavo sempre a rimirare le sue opere su internet oppure, semplicemente a leggere articoli sul suo percorso artistico.

Basquiat è come una parte di me; in  tutte le sue scritte cancellate e ricancellate e i suoi scarabocchi riesco sempre a trovare un senso ed è questo che mi permette di denominarlo come il mio artista “preferito”: un uomo, che grazie alla sua vita e ai suoi demoni interiori, è riuscito a creare un qualcosa che secondo me, può essere chiamata “arte”.

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