di MARGHERITA MINELLI

“Nulla è più anarchico del potere, il potere fa praticamente ciò che vuole”, “Quanto più grande è il potere, tanto più pericoloso l’abuso”, “la sicurezza del potere si fonda sull’insicurezza dei cittadini” Così dichiaravano sul potere rispettivamente: Pasolini, Burke e Sciascia.

Il concetto di potere e la sua applicazione è una questione sulla quale mi sono spesso interrogata: non sono qui per prendere esempio dal “De Re Publica” di Cicerone e esprimere la mia opinione, non richiesta, su quale penso sia la miglior tipologia di governo. Ma mi piacerebbe approfondire un concetto che viene spesso tralasciato: l’abuso di potere, particolarmente attuale.

Nessuna delle due parole ci è nuova, eppure messe assieme prendono un significato tutto nuovo, particolarmente inquietante e criptico. Sentiamo spesso nominare entrambe: a scuola parliamo dei rischi di certe sostanze e di certi giochi, discutiamo di legalità e politica e nelle materia storiche analizziamo “la storia dei potenti”. Ma allora queste due parole assieme cosa significano? stiamo parlando forse di un tipo di potere che come una droga si spinge fino all’abuso e all’involuzione? No, è un qualcosa di molto diverso e più sottile, che solitamente come un veleno si propaga lentamente e spesso inosservato.

I protagonisti del fenomeno che mi sto accingendo ad analizzare sono due: il potente e il non potente (vi prego di non focalizzarvi sulle numerose ripetizioni del paragrafo che segue, sono volontarie e funzionali al messaggio): se sarà il non potente a compiere un atto di abuso nei confronti del potente o di un altro non potente, capite bene che il problema non si pone, perché, d’altronde, il non potente non ha nessun potere da usare o abusare e dunque si prenderà le sue responsabilità. Se però sarà il potente ad abusare di tale potere, chi gli farà prendere le sue responsabilità, dato che è lui che detiene il potere? Lo farà da solo? E quali garanzie hanno i non potenti?

Ma di ciò non ci dobbiamo preoccupare, perché è ormai da numerosi secoli che vi sono leggi apposite per prevenire e intervenire su questo tipo di problematiche. D’altronde in ogni tribunale vi è scritto a grandi caratteri “La legge è uguale per tutti”, no? Eppure, pensandoci bene, non mi sembra proprio che queste parole abbiano lo stesso potere delle persone che ce l’hanno in mano, il potere, ma forse mi sbaglio.

Oggi questo è tutto e tutto si basa sui suoi giochi, sia il governo che i microcosmi in cui viviamo e gli abusi sono all’ordine del giorno, ma spesso ci scorrono sulle spalle così veloci e numerosi che non ce ne accorgiamo nemmeno, o pensiamo che essendo provenienti da un’autorità essi siano giustificati, ma non è così.

È questo che mi spaventa sinceramente, forse non mi sento tutelata, forse mi dà solamente fastidio pensare che da qualche parte ci sia della gente, che essendo a un certo tavolo, può permettersi determinati comportamenti nei confronti della società o dei singoli restando impunita. Sarà per sensibilità alle ingiustizie o forse solamente perché vorrei esserci anche io a quel tavolo, forse vorremmo esserci tutti, forse dovremmo esserci tutti o forse nessuno.

Vorrei fare alcuni esempi (sia che l’abuso lo si interpreti in ambito giuridico o etico morale), ma prima raccontarvi in breve una favola che pubblicò La Fontaine nel 1669: all’interno di una comunità di animali si diffuse la peste, le morti erano all’ordine del giorno e la situazione peggiorava. Un leone, altamente rispettato da tutta la comunità prese parola davanti a tutti e propose di sacrificare l’animale con più peccato sulle spalle in modo da salvare tutti gli altri, così confessò di tutte le gazzelle che aveva ucciso per fame o ingordigia. Alla fine del suo discorso fu applaudito e perdonato dal popolo e dopo di lui prese parola un asino, che confessò la sua colpa di aver mangiato l’erba di un prato che non gli apparteneva. Gli animali gli trovarono d’accordo sul fatto che tale comportamento fosse imperdonabile e decisero di impiccare l’asino. La Fontaine chiude la favola con questi versi “Della giustizia quando siede al banco, /sempre il potente come giglio è bianco,/ ma se a seder si pone/ il poveraccio, è un sacco di carbone.”

Questa favole è estremamente attuale e possiamo utilizzarla per comprendere varie vicende, come ad esempio ciò che avvenne nel 1630 proprio qui a Milano dove due innocenti, Guglielmo Piazza e Giangiacomo Mora, furono condannati a morte accusati di essere untori, dei quali parlerà anche Manzoni ne “La colonna infame” esponendo la sua concezione di giustizia; o potremmo ricollegare a un caso assai più recente: quello di Stefano Cucchi, il quale nome e cognome parlano da soli e non hanno bisogno di alcuna spiegazione da parte mia; potremmo anche uscire dal campo degli abusi fatti dalle forze dell’ordine, che sono assai troppo numerosi per essere tutti citati, e parlare di una certa forza al governo che dopo aver rubato 49 milioni alle casse dello stato in cui viviamo, ha deposto un sindaco che aveva fatto ripartire l’economia di un paesino, creando un nuovo modello di integrazione e economia fortemente innovativo e apprezzato a livello internazionale. E potrei andare avanti all’infinito, ma preferisco concludere questo elenco puntato e, anche l’articolo, proponendovi una parte del monologo teatrale di Ascanio Celestini “La Divisa non si Processa”: in questo testo egli si specializza in particolare sull’abuso in divisa (personificando un poliziotto che parla tra se e se) ma espone dei concetti che ritengo si possano adattare a qualunque tipo di uso del potere che sfocia nell’abuso.

“Io sto fermo al semaforo rosso nella mia automobile. Fuori c’è un negro che vuole pulirmi il vetro. Io scendo e gli do un calcio nelle palle! No. Io gli do un euro e una pacca sulla spalla. Dieci, cento, mille volte di seguito al negro gli do un euro e una pacca sulla spalla e una volta su mille PAM un calcio nelle palle; così tanto per farti capire che il mondo non si divide in buoni e cattivi, dove i buoni sono quelli che ti danno l’euro e i cattivi quelli dei calci nelle palle. Il mondo è un’automobile, chi sta dentro decide se dare euro o calci, chi sta fuori non decide un cazzo e si prende l’euro o le palle rotte e se ne va a casa con la coda fra le gambe. Per questo motivo e soltanto per questo motivo non è indispensabile essere sempre violenti: basta un calcio nelle palle una volta su mille, così tanto per ricordarti come stanno le cose, tanto per ricordarti come va il mondo.”

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